Reporter di guerra in Afghanistan

AFGHANISTAN NEWS – Perchè tornerò in Afghanistan

alberto_alpozzi_heratLa guerra da sempre è morte e distruzione, oggi ancora di più perchè il cinismo e il sensazionalismo dei media si nutrono solo di stragi e catastrofi, la notizia è la “morte” non la “vita”: la morbosità delle persone è ormai allarmante ma vi sono anche eventi che meriterebbero maggiormente la nostra attenzione: l’umanità e i sentimenti dei nostri ragazzi che si impegnano e che credono profondamente in quello che fanno anche fuori dai confini nazionali.

Non dobbiamo mai dimenticare che gli esseri umani che si trovano a vivere simili tragedie, siano essi civili: uomini, donne e bambini, oppure militari,  sono tutti prima di tutto persone come noi. Hanno dei sentimenti, delle necessità e una famiglia e nel nostro caso sono anche italiani, non conta se portano o meno un divisa, sono prima di tutto ITALIANI.

Non dobbiamo mai perdere di vista l’Uomo prima di esprimere giudizi, formulare pensieri e quindi poi giudicare. La guerra, in qualunque parte del mondo da sempre, è solo – tristemente – un fattore economico del quale ne fanno le spese le persone coinvolte a vario titolo.

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Ma nelle situazioni peggiori spesso si trovano le persone migliori. Non si deve lasciare che il pregiudizio prenda il sopravvento, come spesso avviene nel nostro paese che è ancora l’Italietta dei Comuni, che vive – sopravvive – di piccole lotte intestine correndo dietro a bandiere e ad ideali che nemmeno conosce o sà riconoscere dimostrando a volte un odio che è ben peggiore della guerra che si combatte con le bombe.

end_afghanistan_war_alpozziQualche tempo fa sono stato a Londra, vicino al Parlamento stazionavano alcune tende con persone che protestavano contro la guerra in Afghanistan con diversi cartelli. Quello che maggiormente mi ha colpito è quello che mi ha dato un grande esempio di senso civico, di patria e discernimento delle lotte ideologiche da quelli che sono prima di tutto nostri simili, nostri concittadini e nostri ragazzi.

Il cartello diceva “End Afghanistan ‘Corporate’ War – Honour Our Troops – Bring Them Home” (Fine della guerra in Afghanistan – Onore alla nostre truppe – Riportateli a casa)… In Italia invece si sentono ancora oggi cori e leggono scritte fresche sui muri “10, 100, 1000 Nassirya”. C’è davvero qualche cosa che non va in questo attengiamento, che non funziona nella nostra cultura, nel nostro amore di patria (ce l’abbiamo ancora?), ma soprattutto nell’umanità che dimostriamo verso i nostri simili: gli auguriamo la morte mentre critichiamo la guerra che è appunto morte, ce la prendiamo con ragazzi come noi solo perchè hanno deciso di portare una divisa, oppure riteniamo che debbano avere un trattamento diverso solo perchè per alcuni la divisa significa lotta ideologica (un pò anacronistico no?).

Ma di quanto odio siamo capaci in Italia? Perchè non ci fermiamo prima a guardare i volti, a conoscere le storie, le persone e le situazioni per andare a fondo di ogni vicenda per poterla comprendere affichè ci contamini e ci accresca anche se in disaccordo. Perchè basiamo le nostre convinzioni spesso sul pregiudizio? Perchè ci creiamo delle idee sul sentito dire?

alpozzi_reporter-embeddedA dicembre sono stato in Afghanistan come fotoreporter (qui una mia intervista). Oggi con la tencologia, la diversa diffusione dei media e la diversa tipologia dei conflitti il ruolo della fotografia e dell’inviato di guerra sono molto cambiati. Ci vengono subito in mente le grandi immagini in bianco e nero di Robert Capa dello sbarco in Normandia oppure le immagini a colori del Vietnam di Larry Burrow. Ai loro tempi non si usava la mail o un semplice cellulare per inviare le immagini, si spedivano i rullini alla redazione e ci andavano giorni, spesso settimane, prima che venissero pubblicate. Oggi le immagini viaggiano ormai in tempo reale con il conseguente svilimento del loro valore e della forza della comunicazione senza contare come le agenzie oramai trattano le comunicazione e il pubblico: immagini vecchie di anni (non devono così comprarne di nuove) con grossolani errori: tanto in quanti sanno la differenza tra un mezzo Lince oppure un Freccia e se i ragazzi coinvolti in un attentato erano della Folgore piuttosto che del San Marco? I media non dovrebbero fare anche cultura e migliorare le persone?

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Lo svilimento di tutto non è più soltanto dietro l’angolo, è per strada, nelle nostre strade e nei nostri mezzi di comunicazione che pare oramai facciano più disinformazione che altro: propaganda politica asservita al potere di chi paga gli stipendi; la vera guerra non è in Afghanistan è in casa nostra, ma più subdola, combattuta a suon di titoli e post sui social networdk, in maniera virale giocando sul pressapochismo dei più che si bevono qualunque cosa purchè servita comoda, gratuita e con una bella immagine (possibilimente un bel paio di tette) che attiri l’attenzione.

alpozzi_herat_afghanistanLa vita del freelance è difficile, dura e ci si scontra con realtà che non hanno più nulla a che fare con l’informazione ma con l’idea dell’informazione che si vuole fare passare, l’oggettività è raramente richiesta e poi basta un semplice taglio in una tua foto per cambiarne il significato per accompagnare un bel titolo ad effetto che sà più di offerta promozionale da discount piuttosto che di notizia.

Tornato dall’Afghanistan ho dovuto fare i conti con l’esperienza vissuta, le emozioni provate e i giudizi delle persone. Il sito web “L’altra metà della divisa” gestito dalle mogli, fidanzate e figli dei militari in missione mi ha chiesto se scrivevo per loro un breve articolo, una testimonianza e questo mi ha permesso di mettere più a fuoco un concetto Sono stato in Afghanistan, in una zona di guerra ed ho trovato la pace, vivo in Italia in una zona di pace e sono in guerra quotidiana”… si perchè qui si combatte non solo con la crisi, i giornali che non pagano (leggi qui l’articolo “Inviati di guerra, addio alle armi” con l’intervista a Barbara Schiavulli) i clienti che ti prendono per la gola affamandoti, ma ti tocca fronteggiare anche certi colleghi “scarsi” che ti attaccano stando comodamente nel loro studio a fotografare donzelle mezze nude e si sentono minacciti nel loro status quo da chi fa qualcosa di diverso, senza dimenticare gli “artisti” del bianco e nero analogico che ti suggeriscono con sprezzante superbia (e anacronismo) che scattare in pellicola è molto meglio (soprattutto per inviare quotidianamente le foto ai giornali) o semplici piccoli rivoluzionari da tastiera che fanno propaganda politica continua ruggendo da dietro i loro computer con la mela.

marò_ciro.patronelli_italia-per-afghanistanFortunatamente queste sono solo piccole parentesi che fanno ancora di più apprezzare tutte le mail e le telefonate dei parenti dei ragazzi in missione che ti ringraziano per il lavoro che svolgi, per le immagini che gli fai avere dei propri cari e soprattutto per stare vicino ai loro fidanzati e figli quando sono distanti da casa a svolgere il loro lavoro. Eh si “lavoro” perchè di questo si tratta prima di tutto: di lavoro. Si può essere pro o contro il nostro intervento militare nella missione in Afghanistan, tanto non siamo nè noi nè i militari a poterlo decidere, ma i nostri politici (e i trattati internazionali), anche di quelli che hanno fatto loro cavallo di propaganda elettorale il “ritiro delle truppe”, ma è innegabile la dedizione e la professionalità con la quale questi “dipendenti statali” (non di quelli che si imboscano o timbrano il cartellino e poi vanno a fare shooping o sono in perenne pausa caffè) svolgono gli incarichi che gli vengono assegnati. Guarda qui l’intervista a TV2000

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Ho toccato con mano, in prima persona, facendo migliaia di chilometri insieme a loro per arrivare a Herat, anche io con una famiglia che attendeva il mio ritorno (e una mamma che avrebbe preferito fossi rimasto a casa), per poter documentare la loro vita al fronte, in situazioni al limite del sopportabile umano, i sacrifici che compiono quotidianamente e il grande rispetto che hanno per tutti e l’affetto che danno ed hanno necessità di comunicare: in Afghanistan ho trovato la parte migliore dell’Italia.

Solo oggi mi sono sentito con un amico, Renzo, uno dei tanti militari conosciuti ad Herat e coi quali ho condiviso delle esperienze umane uniche, al quale ho comunicato che presto sarò nuovamente in partenza, queste le sue parole: mi raccomando quando sarai là, ricorda ai nostri fratelli laggiù che siamo con loro e che ne siamo fieri ed orgogliosi per come si stanno muovendo in quei teatri, di loro che non mollino mai anche se sentono di essere sfiniti che pensino con coraggio che il loro impegno è quello di tutto il Paese…Riguardati e sii prudente mi raccomando…” Fratelli… fratelli! Si i legami che si stringono in certe situazioni sono unici e forti più di qualunque esplosione, di qualunque attentanto al quale si va quotidiamente in contro mentre magari si sta scortando un convoglio di aiuti umanitari in un villaggio.

Sono queste le parole e le emozioni che ti restano, i rapporti e la complicità che si vengono a creare quando vivi costantemente a contatto con qualcuno che ti protegge e fa di tutto per rendere il tuo lavoro – fare foto nel mio caso – il più facile e sicuro possibile mentre ti scortano ad un chek-point o mentre li segui durante una pattuglia pregando insieme a loro che non succeda l’irraparabile.

In Afghanistan ho trovato dei veri amici, affetto e rispetto che difficilmente si trovano ancora da altre parti e tutto questo me lo hanno dato e me lo comunicano quotidianamente gli Italiani che ho incontrato ad Herat, per questo mio nuovo ritorno in Afghanistan o altri teatri operativi: per loro, per le loro famiglie e per tutti quegli italiani che ancora non sanno, non vogliono vedere e capire che prima di tutto l’onore e l’unicità dei nostri ragazzi va al di là di qualunque questione politica e della guerra.

Aggiornamento 25 Maggio 2012

Posto qui di seguito la mail inviatemi da Renzo dopo aver letto il mio articolo:

Ti sono grato per aver citato nel tuo nuovo articolo le mie parole e non ti nascondo l’emozione che ciò mi ha dato,ma ancor di più devo dire che ancora una volta hai espresso ciò che nei miei pensieri è sempre stato un motivo trainante a continuare nel mestiere che ho scelto tanti anni fà,e che oggi voltando lo sguardo al passato ha condizionato chi con me ha scelto di condividere la sua vita stando al mio fianco,subendo le mie paure ogni volta quando nel cuore della notte mi sveglio con incubi allucinanti,oppure quando la rabbia di vedere scene di ragazzotti che senza sapere di ciò che parlano inneggiano a epocali rivolte a dx o sx che sia pur di far casino.Senza peraltro capire che se usassero la loro sapienza per colmare quei vuoti che ogni generazione lascia in eredità alla successiva,forse tutti uniti saremmo finalmente una Nazione fiera di esserlo anche in tempi e luoghi di Pace,e non solo quando dei fratelli vengono uccisi da un nemico con esplosioni varie…..Ti ringrazio ancora e rinnovo l’augurio di un soldato.di un amico,di un “fratello”,ad un altro che come strumento utilizza la macchina fotografica anzichè un fucile,ma non è meno importante (anzi).

Posto qui di seguito la mail inviatemi su Facebok dal padre di un militare:

Sono il papà del colonnello Cipriano, chiedo la tua amicizia (scusa per il tu) ci tenevo a ringraziarti per tutto quello che fai per i nostri ragazzi. Volevo informarti che quando hanno pubblicato l’intervista che hai fatto ad Alfonso, io a Torino sono riuscito a ritirare e distribuire ad amici e parenti 30 riviste di “Però Torino”. Tantissimi saluti ed “in bocca al lupo!” per il tuo prossimo viaggio. [...] Ti ringrazio tanto, l’intervista mi è tanto piaciuta solo che non sempre riesco a leggerla tutta perchè mi commuovo troppo, ho 75 anni.

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