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Afghanistan, Shindand – Check Point

NEWS AFGHANISTAN – 26 Dicembre 2011

Dintorni di Shindand, Afghanistan. Check Point con la Task Force Center del 66° Aeromobile Trieste

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Herat – Carcere Femminile

NEWS AFGHANISTAN – Il carcere femminile di Herat è il fiore all’occhiello tra le strutture costruite dal PRT – Provincial Reconstruction Team – di Herat ma anche rifugio per le donne afgane.

Nel settore femminile del carcere di Herat ci sono detenute che hanno commesso crimini, ma anche donne che hanno denunciato i mariti violenti o con problemi di droga e che la legge considera criminali. Struttura all’avanguardia  è stata ristrutturata nel 2009 grazie all’Unione Europea e al Ministero della Difesa italiano, che insieme hanno investito 400.000€. Qui le donne sono protette e non rischiano di essere uccise. Un centinaio di donne con bambini che trascorrono le loro giornate a scuola e tessendo tappeti.

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Reporter di guerra in Afghanistan

AFGHANISTAN NEWS – Perchè tornerò in Afghanistan

alberto_alpozzi_heratLa guerra da sempre è morte e distruzione, oggi ancora di più perchè il cinismo e il sensazionalismo dei media si nutrono solo di stragi e catastrofi, la notizia è la “morte” non la “vita”: la morbosità delle persone è ormai allarmante ma vi sono anche eventi che meriterebbero maggiormente la nostra attenzione: l’umanità e i sentimenti dei nostri ragazzi che si impegnano e che credono profondamente in quello che fanno anche fuori dai confini nazionali.

Non dobbiamo mai dimenticare che gli esseri umani che si trovano a vivere simili tragedie, siano essi civili: uomini, donne e bambini, oppure militari,  sono tutti prima di tutto persone come noi. Hanno dei sentimenti, delle necessità e una famiglia e nel nostro caso sono anche italiani, non conta se portano o meno un divisa, sono prima di tutto ITALIANI.

Non dobbiamo mai perdere di vista l’Uomo prima di esprimere giudizi, formulare pensieri e quindi poi giudicare. La guerra, in qualunque parte del mondo da sempre, è solo – tristemente – un fattore economico del quale ne fanno le spese le persone coinvolte a vario titolo.

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Ma nelle situazioni peggiori spesso si trovano le persone migliori. Non si deve lasciare che il pregiudizio prenda il sopravvento, come spesso avviene nel nostro paese che è ancora l’Italietta dei Comuni, che vive – sopravvive – di piccole lotte intestine correndo dietro a bandiere e ad ideali che nemmeno conosce o sà riconoscere dimostrando a volte un odio che è ben peggiore della guerra che si combatte con le bombe.

end_afghanistan_war_alpozziQualche tempo fa sono stato a Londra, vicino al Parlamento stazionavano alcune tende con persone che protestavano contro la guerra in Afghanistan con diversi cartelli. Quello che maggiormente mi ha colpito è quello che mi ha dato un grande esempio di senso civico, di patria e discernimento delle lotte ideologiche da quelli che sono prima di tutto nostri simili, nostri concittadini e nostri ragazzi.

Il cartello diceva “End Afghanistan ‘Corporate’ War – Honour Our Troops – Bring Them Home” (Fine della guerra in Afghanistan – Onore alla nostre truppe – Riportateli a casa)… In Italia invece si sentono ancora oggi cori e leggono scritte fresche sui muri “10, 100, 1000 Nassirya”. C’è davvero qualche cosa che non va in questo attengiamento, che non funziona nella nostra cultura, nel nostro amore di patria (ce l’abbiamo ancora?), ma soprattutto nell’umanità che dimostriamo verso i nostri simili: gli auguriamo la morte mentre critichiamo la guerra che è appunto morte, ce la prendiamo con ragazzi come noi solo perchè hanno deciso di portare una divisa, oppure riteniamo che debbano avere un trattamento diverso solo perchè per alcuni la divisa significa lotta ideologica (un pò anacronistico no?).

Ma di quanto odio siamo capaci in Italia? Perchè non ci fermiamo prima a guardare i volti, a conoscere le storie, le persone e le situazioni per andare a fondo di ogni vicenda per poterla comprendere affichè ci contamini e ci accresca anche se in disaccordo. Perchè basiamo le nostre convinzioni spesso sul pregiudizio? Perchè ci creiamo delle idee sul sentito dire?

alpozzi_reporter-embeddedA dicembre sono stato in Afghanistan come fotoreporter (qui una mia intervista). Oggi con la tencologia, la diversa diffusione dei media e la diversa tipologia dei conflitti il ruolo della fotografia e dell’inviato di guerra sono molto cambiati. Ci vengono subito in mente le grandi immagini in bianco e nero di Robert Capa dello sbarco in Normandia oppure le immagini a colori del Vietnam di Larry Burrow. Ai loro tempi non si usava la mail o un semplice cellulare per inviare le immagini, si spedivano i rullini alla redazione e ci andavano giorni, spesso settimane, prima che venissero pubblicate. Oggi le immagini viaggiano ormai in tempo reale con il conseguente svilimento del loro valore e della forza della comunicazione senza contare come le agenzie oramai trattano le comunicazione e il pubblico: immagini vecchie di anni (non devono così comprarne di nuove) con grossolani errori: tanto in quanti sanno la differenza tra un mezzo Lince oppure un Freccia e se i ragazzi coinvolti in un attentato erano della Folgore piuttosto che del San Marco? I media non dovrebbero fare anche cultura e migliorare le persone?

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Lo svilimento di tutto non è più soltanto dietro l’angolo, è per strada, nelle nostre strade e nei nostri mezzi di comunicazione che pare oramai facciano più disinformazione che altro: propaganda politica asservita al potere di chi paga gli stipendi; la vera guerra non è in Afghanistan è in casa nostra, ma più subdola, combattuta a suon di titoli e post sui social networdk, in maniera virale giocando sul pressapochismo dei più che si bevono qualunque cosa purchè servita comoda, gratuita e con una bella immagine (possibilimente un bel paio di tette) che attiri l’attenzione.

alpozzi_herat_afghanistanLa vita del freelance è difficile, dura e ci si scontra con realtà che non hanno più nulla a che fare con l’informazione ma con l’idea dell’informazione che si vuole fare passare, l’oggettività è raramente richiesta e poi basta un semplice taglio in una tua foto per cambiarne il significato per accompagnare un bel titolo ad effetto che sà più di offerta promozionale da discount piuttosto che di notizia.

Tornato dall’Afghanistan ho dovuto fare i conti con l’esperienza vissuta, le emozioni provate e i giudizi delle persone. Il sito web “L’altra metà della divisa” gestito dalle mogli, fidanzate e figli dei militari in missione mi ha chiesto se scrivevo per loro un breve articolo, una testimonianza e questo mi ha permesso di mettere più a fuoco un concetto Sono stato in Afghanistan, in una zona di guerra ed ho trovato la pace, vivo in Italia in una zona di pace e sono in guerra quotidiana”… si perchè qui si combatte non solo con la crisi, i giornali che non pagano (leggi qui l’articolo “Inviati di guerra, addio alle armi” con l’intervista a Barbara Schiavulli) i clienti che ti prendono per la gola affamandoti, ma ti tocca fronteggiare anche certi colleghi “scarsi” che ti attaccano stando comodamente nel loro studio a fotografare donzelle mezze nude e si sentono minacciti nel loro status quo da chi fa qualcosa di diverso, senza dimenticare gli “artisti” del bianco e nero analogico che ti suggeriscono con sprezzante superbia (e anacronismo) che scattare in pellicola è molto meglio (soprattutto per inviare quotidianamente le foto ai giornali) o semplici piccoli rivoluzionari da tastiera che fanno propaganda politica continua ruggendo da dietro i loro computer con la mela.

marò_ciro.patronelli_italia-per-afghanistanFortunatamente queste sono solo piccole parentesi che fanno ancora di più apprezzare tutte le mail e le telefonate dei parenti dei ragazzi in missione che ti ringraziano per il lavoro che svolgi, per le immagini che gli fai avere dei propri cari e soprattutto per stare vicino ai loro fidanzati e figli quando sono distanti da casa a svolgere il loro lavoro. Eh si “lavoro” perchè di questo si tratta prima di tutto: di lavoro. Si può essere pro o contro il nostro intervento militare nella missione in Afghanistan, tanto non siamo nè noi nè i militari a poterlo decidere, ma i nostri politici (e i trattati internazionali), anche di quelli che hanno fatto loro cavallo di propaganda elettorale il “ritiro delle truppe”, ma è innegabile la dedizione e la professionalità con la quale questi “dipendenti statali” (non di quelli che si imboscano o timbrano il cartellino e poi vanno a fare shooping o sono in perenne pausa caffè) svolgono gli incarichi che gli vengono assegnati. Guarda qui l’intervista a TV2000

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Ho toccato con mano, in prima persona, facendo migliaia di chilometri insieme a loro per arrivare a Herat, anche io con una famiglia che attendeva il mio ritorno (e una mamma che avrebbe preferito fossi rimasto a casa), per poter documentare la loro vita al fronte, in situazioni al limite del sopportabile umano, i sacrifici che compiono quotidianamente e il grande rispetto che hanno per tutti e l’affetto che danno ed hanno necessità di comunicare: in Afghanistan ho trovato la parte migliore dell’Italia.

Solo oggi mi sono sentito con un amico, Renzo, uno dei tanti militari conosciuti ad Herat e coi quali ho condiviso delle esperienze umane uniche, al quale ho comunicato che presto sarò nuovamente in partenza, queste le sue parole: mi raccomando quando sarai là, ricorda ai nostri fratelli laggiù che siamo con loro e che ne siamo fieri ed orgogliosi per come si stanno muovendo in quei teatri, di loro che non mollino mai anche se sentono di essere sfiniti che pensino con coraggio che il loro impegno è quello di tutto il Paese…Riguardati e sii prudente mi raccomando…” Fratelli… fratelli! Si i legami che si stringono in certe situazioni sono unici e forti più di qualunque esplosione, di qualunque attentanto al quale si va quotidiamente in contro mentre magari si sta scortando un convoglio di aiuti umanitari in un villaggio.

Sono queste le parole e le emozioni che ti restano, i rapporti e la complicità che si vengono a creare quando vivi costantemente a contatto con qualcuno che ti protegge e fa di tutto per rendere il tuo lavoro – fare foto nel mio caso – il più facile e sicuro possibile mentre ti scortano ad un chek-point o mentre li segui durante una pattuglia pregando insieme a loro che non succeda l’irraparabile.

In Afghanistan ho trovato dei veri amici, affetto e rispetto che difficilmente si trovano ancora da altre parti e tutto questo me lo hanno dato e me lo comunicano quotidianamente gli Italiani che ho incontrato ad Herat, per questo mio nuovo ritorno in Afghanistan o altri teatri operativi: per loro, per le loro famiglie e per tutti quegli italiani che ancora non sanno, non vogliono vedere e capire che prima di tutto l’onore e l’unicità dei nostri ragazzi va al di là di qualunque questione politica e della guerra.

Aggiornamento 25 Maggio 2012

Posto qui di seguito la mail inviatemi da Renzo dopo aver letto il mio articolo:

Ti sono grato per aver citato nel tuo nuovo articolo le mie parole e non ti nascondo l’emozione che ciò mi ha dato,ma ancor di più devo dire che ancora una volta hai espresso ciò che nei miei pensieri è sempre stato un motivo trainante a continuare nel mestiere che ho scelto tanti anni fà,e che oggi voltando lo sguardo al passato ha condizionato chi con me ha scelto di condividere la sua vita stando al mio fianco,subendo le mie paure ogni volta quando nel cuore della notte mi sveglio con incubi allucinanti,oppure quando la rabbia di vedere scene di ragazzotti che senza sapere di ciò che parlano inneggiano a epocali rivolte a dx o sx che sia pur di far casino.Senza peraltro capire che se usassero la loro sapienza per colmare quei vuoti che ogni generazione lascia in eredità alla successiva,forse tutti uniti saremmo finalmente una Nazione fiera di esserlo anche in tempi e luoghi di Pace,e non solo quando dei fratelli vengono uccisi da un nemico con esplosioni varie…..Ti ringrazio ancora e rinnovo l’augurio di un soldato.di un amico,di un “fratello”,ad un altro che come strumento utilizza la macchina fotografica anzichè un fucile,ma non è meno importante (anzi).

Posto qui di seguito la mail inviatemi su Facebok dal padre di un militare:

Sono il papà del colonnello Cipriano, chiedo la tua amicizia (scusa per il tu) ci tenevo a ringraziarti per tutto quello che fai per i nostri ragazzi. Volevo informarti che quando hanno pubblicato l’intervista che hai fatto ad Alfonso, io a Torino sono riuscito a ritirare e distribuire ad amici e parenti 30 riviste di “Però Torino”. Tantissimi saluti ed “in bocca al lupo!” per il tuo prossimo viaggio. […] Ti ringrazio tanto, l’intervista mi è tanto piaciuta solo che non sempre riesco a leggerla tutta perchè mi commuovo troppo, ho 75 anni.

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L’orfanotrofio di Herat, le fotografie di Alberto Alpozzi e una serata di beneficenza

AFGHANISTAN NEWS – dall’articolo di Alessandro Pino sul blog di Luciana Miocchi

marò_ciro.petronelli_italia-per-afghanistanL’Afghanistan proprio non riesce più a toglierselo dalla testa, il fotoreporter torinese Alberto Alpozzi: ha già trascorso le scorse festività natalizie presso la base militare italiana di Herat – nel sud del paese –  documentando le attività dei soldati che vi sono impegnati (vedi qui l’interrvista televisiva su Quartarete Tv) e conta prossimamente di tornarvi per una serie di altri progetti che ha in mente, visto il positivo riscontro ottenuto anche presso le alte sfere della Difesa. Nel frattempo ha partecipato di recente a una serata di beneficenza in favore dei giovani ospiti dell’orfanotrofio di Herat, tenutasi a Brindisi dove è di stanza il Reggimento San Marco e promossa da un appartenente a quel reparto, il fuciliere di Marina Ciro Patronelli, brindisino anche lui, conosciuto dal fotografo presso la base Camp Arena: «Era uno dei ragazzi  che mi faceva da angelo custode quando mi muovevo in città». alpozzi_brindisiLo  spettacolo, organizzato con la collaborazione di alcune associazioni culturali e il contributo della Provincia di Brindisi, è stato aperto proprio dalla proiezione di fotografie scattate da Alberto ai bambini di Herat (vedi qui il video) ed è proseguito con le performance di ballerini, maghi, comici e di una pittrice che invece della  vernice usava una polvere luccicante, tutti presentati dal conduttore radiofonico Mauro Stiky (guarda su Facebook le foto della serata). «Molti continuano a domandarsi che cazzo ci siamo a fare in Afghanistan; credo sia importante che la gente sappia quanto questi ragazzi che lavorano laggiù vengano colpiti da  situazioni molto distanti dalle nostre  e anche quando tornano credono nel realizzare qualcosa per dare un futuro ad altre persone meno fortunate. Ritengo sia questo il messaggio che deve passare da eventi del genere». Ovviamente in tempi di crisi imperante parecchi preferirebbero si pensasse ai bambini italiani. Risponde Alberto: «Ciro dice che i bambini sono tutti uguali, lui ha conosciuto quella realtà e ne è rimasto colpito; sono d’accordo con lui e poi fare del bene da quando ha una bandiera ?». Giusto.

E allora per non scontentare nessuno ci permettiamo di lanciare noi un’ideada queste righe: una serata anche per i figli di tutte quelle persone che dopo aver perso il lavoro non hanno retto alla prospettiva di un futuro nero e si sono tolte la vita.

Ciro_Brindisi_articolo
Nuovo Quotidiano di Puglia - Brindisi, articolo del 1° Aprile 2012 a pag. 19

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Afghanistan, slightly in focus

AFGHANISTAN NEWS – dall’intervista di Fabio Lepore su FUTURA – Il giornale on-line del Master in giornalismo di Torino

alpozzi-afghanistanDalle cattedre del Poli alle strade polverose dell’Afghanistan. Con la macchina fotografica al collo. Ogni situazione è buona per ottenere lo scatto giusto: quello del reporter a caccia di immagini, nonostante siano lontani i tempi di Robert Capa, è ancora oggi un mestiere che non conosce confini. E richiede passione. La stessa che ha portato il torinese Alberto Alpozzi, classe 1979, a decidere di trascorrere l’ultimo Natale con i soldati italiani in missione a Herat, Ovest dell’Afghanistan.

Perché un’esperienza di questo tipo?
Quello che mi piace della fotografia è il fatto di poter ritrarre situazioni particolari, non comuni. Andare oltre, spingermi oltre a quello che chiunque può vedere. D’altronde, se ci pensi, oggi con le macchine digitali più o meno tutto è alla portata di tutti. Quindi il modo in cui un fotografo può differenziare la qualità e la professionalità del suo lavoro è arrivare in luoghi da documentare dove non tutti sono disposti o hanno la possibilità di andare. Documentare, anche, quello che gli altri vogliono soltanto vedere, ma non vivere. L’idea con cui sono partito per l’Afghanistan era questa. E poi, soprattutto, raccontare un periodo molto particolare, quello del Natale, e cercare di capire come viene vissuto a distanza da migliaia di italiani. Noi pensiamo che sono militari, ma prima di tutto sono ragazzi, uomini. E italiani. Persone che – scelta condivisibile o meno, ma non sta a me entrare nel merito di questo tipo di polemiche – hanno comunque scelto di stare distanti da casa, dalle famiglie, dalle mogli, dalle fidanzate e, molti, dai figli.

Eppure, quando sei partito, stavi lavorando a un altro progetto.
Sì, stavo insegnando, per il secondo anno, al Politecnico. L’anno scorso ho tenuto un corso di fotografia dell’architettura. Quest’anno invece il programma toccava tutto ciò che riguarda la comunicazione attraverso la fotografia. Ma quando sono tornato da Herat ho dedicato una lezione a spiegare come si lavora in un contesto come quello.

reportage_afghanistan_foto_alpozzi (6)Reporter di guerra o…
Di pace, direi, sicuramente. Quella italiana in Afghanistan è una missione di pace, d’altronde. E non mi piacciono i termini altisonanti. Non siamo superuomini. Non sono più gli anni dei fotoreporter alla Capa, che rischiavano davvero la pelle. In Afghanistan ti puoi trovare in situazioni spiacevoli, magari sotto il tiro dei mortai, ma non è paragonabile al lavoro dei fotografi di 40 o 50 anni fa.

Su cosa ti sei concentrato mentre eri lì?
Sull’aspetto umano e sulla “normale” quotidianità dei militari. L’aspetto umano è la prima cosa che conta, soprattutto perché noi italiani siamo davvero “brava gente”. Ed è una caratteristica che ci distingue e ci fa apprezzare all’estero soprattutto in situazioni come quella afghana. Dal mio punto di vista, è stata questa la notizia più importante, che sto cercando di far sapere agli italiani in patria.

marò_ciro.petronelli_italia-per-afghanistanUn ricordo particolare?
Ho stretto rapporti d’amicizia con molti ragazzi. Ma un bellissimo momento è legato a una foto che ho fatto a uno dei Marò all’interno del carcere di Herat. Si è commosso quando ha visto i bambini. Gli sono venuti gli occhi lucidi e mi ha chiesto di scattargli una foto. A Brindisi i suoi amici e colleghi l’hanno stampata e appesa nei negozi. È stata per me una grande soddisfazione. E infatti proprio nel week end sarò a Brindisi perché questo Marò, che si chiama Ciro Petronelli, ha organizzato con l’associazione culturale “Zonno Cacudi Show” un evento di beneficenza intitolato “Italia per l’Afghanistan” e raccoglieranno fondi per i bambini afghani orfani.

Stai già pensando alla prossima volta?
Certo. Un altro aspetto dell’Afghanistan che mi ha affascinato è il suo paesaggio. Viaggiando da una base all’altra con gli elicotteri ti accorgi che esiste un altro punto di vista, che l’Afghanistan non è solo guerra. Mi piacerebbe quindi molto documentare quello che è l’Afghanistan visto dall’alto: vorrei concentrarmi su questo, contestualizzandolo con l’attività dell’Esercito.

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Reportage: Shindand, Afghanistan

AFGHANISTAN NEWS Il Col. Alfonso Cipriano dell’Aeranautica Militare Italiana impegnato nella missione Isaf a Shindand in Afghanistan

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Leggi qui l’articolo “L’uomo che insegna agli afghani come volare”. La storia del colonnello dell’Aeronautica Militare Italiana che istruisce i futuri piloti dell’Afghan Air Force.

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Beneficenza “L’Italia per l’Afghanistan”

AFGHANISTAN NEWS – dall’articolo “Una serata per i bambini afghani” di Maristella De Michele – BrindisiReport.it

Il marò Ciro Patronelli nel carcere femminile di Herat. Foto Alberto Alpozzi
Il marò Ciro Patronelli nel carcere femminile di Herat. Foto Alberto Alpozzi

BRINDISI L’associazione culturale “Zonno Cacudi Show” presenta una serata di beneficenza l’1 aprile prossimo: “L’Italia per l’Afghanistan”. L’evento si terrà presso il contenitore culturale 0831 – advertising space di Brindisi in via Appia, con inizio spettacolo alle 20. Tutto il ricavato sarà devoluto agli orfanotrofi dell’Afghanistan.

Una serata dedicata ai bambini orfani dell’Afghanistan. Una serata di musica e spettacolo per mamme, papà e piccini. Un piccolo gesto d’amore per regalare un sorriso ad un bambino che combatte ogni giorno con la guerra. Promotore della serata del primo aprile è Ciro Patronelli, marò brindisino del Reggimento San Marco il quale è tornato da circa un mese dalla missione ad Herat dove ha toccato con mano la difficoltà nel vivere e soprattutto ha scoperto che con davvero poco si riesce a donare un momento di felicità ai piccoli orfani.

Al suo rientro in Italia, insieme alla collaborazione di Zonno Cacudi Show, 0831, Afi Accademia fotografica italiana, l’associazione culturale Eliana Mangione, Aria ti Mari, Danza in disordine e con il contributo della Provincia di Brindisi, ha organizzato la serata di beneficenza “L’Italia per l’Afghanistan” il prossimo primo aprile.

L’evento di domenica 1° Aprile prossimo inizierà alle ore 20 nel contenitore dell’ex Cinema Eden di via Appia.

L’Italia per l’Afghanistan – 1° Aprile - Brindisi
L’Italia per l’Afghanistan – 1° Aprile - Brindisi

Diversi gli artisti che si alterneranno durante la serata. Dal coro di bambini in collaborazione con Eliana Mangione che sfileranno con le bandiere con i colori italiani e afghani, inoltre, la serata sarà caratterizzata, da un reportage fotografico a cura di Alberto Alpozzi, fotoreporter torinese (leggi intervista “In Afghanistan ho trovato la parte migliore dell’Italia”) in Afghanistan (vedi il reportage fotografico). Una parte dell’evento sarà anche dedicata all’Airpainting con Angela Dima glitter paiting – creazione live su tela – e diversi break di danza curati dalla scuola “Danza in disordine”.

Un momento sarà anche dedicato alla musica popolare come la pizzica con i ballerini più rinomati di Puglia. L’intrattenimento per i bambini e no solo sarà affidato all’illusionismo e alla magia con Robertino Magic Show. Il presentatore della serata sarà Mauro Stiky ,  showman e speaker radiofonico. “L’Italia per l’Afghanistan” è un progetto fortemente voluto dagli organizzatori e promotori. L’ingresso alla serata è su prevendita ed il costo del biglietto è di 10 euro. Il ricavato sarà devoluto ai bambini orfani dell’Afghanistan. Per maggiori informazioni e prevendite telefonare ai numeri 347/6564474 oppure 333/3474135 o 349/2445166.

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29 Marzo 2012: Afghanistan e iniziative di solidarietà

dal blog di Luce Tommasi e Imman Sabbah – RaiNews

Missioni in Afghanistan e solidarieta’ con la popolazione locale, a cominciare dai bambini. Come abbiamo visto negli ultimi giorni, i militari italiani in missione ad Herat continuano ad essere esposti ai rischi di attentati. L’ultima vittima e’ il sergente Michele Silvestri, ucciso sabato scorso in un attacco alla base italiana in Gulistan, in cui sono rimasti feriti altri cinque soldati. Ma nonostante le difficili situazioni in cui operano, i nostri militari continuano a lavorare anche per aiutare la popolazione afghana con iniziative di solidarieta’. In studio con Luce Tommasi e Josephine Alessio, Ciro Patronelli, maro’ del Reggimento San Marco della Marina Militare e presidente dell’Associazione culturale “Zonno Cacudi Show”. In collegamento da Herat, interviene il colonnello Vincenzo Lauro, portavoce del Contingente Italiano. Partecipa a Diritti anche Carlotta Ricci, che segue per Rainews le missioni militari all’estero. CLICCA QUI PER VEDERE L’INTERVISTA

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Afghanistan: Morti tre militari italiani in un incidente nei pressi di Shindand

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VTLM Lince del 66° Reggimento Aeromobile Trieste durante una pattuglia

AFGHANISTAN NEWS – News Release – Regional Command West,20 Febbraio 2012

Grave incidente in Afghanistan – Deceduti 3 militari italiani

Questa mattina a circa 20 Km a sud-ovest di Shindand, un VTLM Lince del Contingente italiano è rimasto coinvolto in un incidente nel corso del quale tre militari hanno perso la vita. Il mezzo appartenente alla Task Force Center (vedi foto) con base a Shindand, era impegnato in un’attività tesa a recuperare una unità bloccata dalle condizioni meteo particolarmente avverse, quando nell’attraversare un corso d’acqua, si è ribaltato intrappolando, al suo interno,  tre dei militari dell’equipaggio che sono successivamente deceduti.

Sono in corso tutte le attività possibili per informare le famiglie dei militari.


Aggiornamenti sul grave incidente in Afghanistan di questa mattina

Nell’incidente di questa mattina, in cui sono deceduti tre militari italiani, si sono rese necessarie cure mediche per il quarto militare a bordo del VTLM Lince, ribaltatosi mentre svolgeva una attività tesa a recuperare una unità bloccata dalle condizioni meteo particolarmente avverse.

Il militare, ricoverato presso l’Ospedale Militare (ROLE2) di Shindand per ipotermia, è cosciente e non è in pericolo di vita.


Del 66° Reggimento Aeromobile “Trieste” i militari deceduti in Afghanistan

I militari deceduti questa mattina sono il Caporal Maggiore Capo Francesco CURRO’, nato il 27 febbraio 1979 a Messina, il 1° Caporal Maggiore Francesco Paolo MESSINEO, nato il 23 maggio 1983 a Palermo, e il 1° Caporal Maggiore Luca VALENTE, nato l’8 gennaio 1984 a Gagliano del Capo (LE).

Inoltre, il militare sottoposto a cure ha avvisato personalmente i propri familiari. I militari coinvolti sono in forza al 66° Reggimento Aeromobile “Trieste” di Forlì (vedi foto).

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Biagio Abrate, a nome delle Forze Armate e suo personale, esprime ai familiari il profondo cordoglio per la morte dei propri cari. Il Generale Abrate ha inoltre manifestato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Claudio Graziano, il proprio dolore e il sentimento di vicinanza alla Forza Armata per il lutto che l’ha colpita.


MESSINEO-Francesco_VALENTE-Luca_CURRO'-Francesco copia
Da sinistra il 1° Caporal Maggiore MESSINEO Francesco Paolo, il 1° Caporal Maggiore VALENTE Luca e il Caporal Maggiore Capo CURRO' Francesco

Shindand_Afghanistan

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Cordoglio del Presidente della Repubblica:

Partecipazione e cordoglio per la morte in un incidente di tre militari italiani in Afghanistan
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la notizia del grave incidente in cui hanno oggi perso la vita tre militari italiani, impegnati nella missione internazionale per la pace e la stabilità in Afghanistan, esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari dei caduti, rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese.

Cordoglio del Presidente del Senato:

Militari morti in Afghanistan, il Presidente Schifani: “Profondo dolore”
Appresa la notizia del tragico incidente stradale avvenuto in Afghanistan, dove purtroppo hanno perso la vita tre militari italiani, il Presidente del Senato, Renato Schifani, esprime il più profondo dolore e sincero cordoglio alle famiglie dei soldati e la più sentita solidarietà alle Forze Armate, anche a nome dell’Assemblea di Palazzo Madama.

Cordoglio del Presidente del Presidente della Camera:

Afghanistan, cordoglio Fini per soldati vittime incidente
Il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha inviato il seguente messaggio al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Biagio Abrate:
“Ho appreso con sgomento la notizia del tragico incidente avvenuto nei pressi di Shindand in Afghanistan, costato la vita a tre militari italiani, e nel quale un quarto nostro soldato è rimasto ferito.
A nome mio e della Camera dei deputati, La prego di voler far pervenire alle famiglie delle vittime il più intenso cordoglio, e al militare ferito i più fervidi auguri di pronta guarigione.”

Cordoglio del Presidente del Presidente del Consiglio:

Incidente Afghanistan, cordoglio del Presidente del Consiglio
Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha appreso con dolore il grave incidente in Afghanistan nel quale hanno perso la vita tre militari italiani ed esprime il suo cordoglio alle famiglie, partecipando con commozione al loro lutto.

Cordoglio del Ministro della Difesa:

MINISTRO DI PAOLA: CORDOGLIO PER MILITARI DECEDUTI IN AFGHANISTAN
Il Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, appresa la notizia del grave incidente avvenuto oggi in Afghanistan, dove hanno perso la vita tre soldati in forza al 66° reggimento aeromobile “Trieste” di Forlì, ed un quarto soldato è rimasto ferito, ha inviato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Gen. C.A. Claudio Graziano, il seguente telegramma:
“La notizia del tragico incidente avvenuto questa mattina in Afghanistan, nel quale hanno perso la vita il Caporal Maggiore Capo Francesco Currò, il 1° Caporal Maggiore Luca Valente e il 1° Caporal Maggiore Francesco Paolo Messineo, mi ha profondamente colpito.
In questa tristissima circostanza, voglia accogliere i sentimenti di sincero cordoglio delle Forze Armate e la mia sentita personale partecipazione al gravissimo lutto che ha colpito l’Esercito.
Voglia, inoltre, far pervenire al militare rimasto ferito nella circostanza gli auguri di pronta e completa guarigione ed alla sua famiglia le espressioni della mia particolare vicinanza”.
Il Ministro Di Paola ha, inoltre, inviato alle famiglie dei soldati deceduti il seguente telegramma:
“In questo dolorosissimo momento partecipo con profonda commozione, unitamente a tutto il personale delle Forze Armate, alla perdita del vostro congiunto, generosamente impegnato in una missione di grande valore umanitario.
Il suo ricordo rimarrà per sempre nella memoria di chi crede nella pace e nella solidarietà fra i popoli.
Vogliate accogliere l’espressione delle più sentite condoglianze”.

Cordoglio del Capo di Stato Maggiore della Difesa:

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa esprime il suo cordoglio per la morte dei militari italiani

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Biagio Abrate, a nome delle Forze Armate e suo personale, esprime ai familiari il profondo cordoglio per la morte dei propri cari. Il Generale Abrate ha inoltre manifestato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Claudio Graziano, il proprio dolore e il sentimento di vicinanza alla Forza Armata per il lutto che l’ha colpita.

Cordoglio del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito:

Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Claudio Graziano, e la Forza Armata tutta esprimono il più profondo cordoglio ai familiari del Caporal Maggiore Capo Francesco Currò, del 1° Caporal Maggiore Luca Valente e del 1° Caporal Maggiore Francesco Paolo Messineo, deceduti oggi nell’adempimento del dovere in Afghanistan.

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Reportage – L’uomo che insegna agli afghani come volare

AFGHANISTAN NEWS – REPORTAGE su Però Torino n. 56 – 27/01/2012 pagG.42-45 – Foto Alberto Alpozzi

Intervista al Col. Alfonso Cipriano dell’Aeranautica Militare Italiana impegnato nella missione Isaf a Shindand in Afghanistan e al Cap. Nicola Gatto dell’Esercito Italiano in missione presso l’OMLT di Herat – RC West.

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Foto Reportage – Alpozzi: fotografare il Natale a Herat

alpozzi-foto_afghanistanAFGHANISTAN NEWS – dall’articolo “Alpozzi: fotografare il Natale a Herat” da Il Sito di Torino.it di Alessandro Boffa

Il fotoreporter torinese visita la base di Camp Arena: “Al fronte ho trovato umanità, sentimenti e tanto sacrificio”

Il fotografo torinese Alberto Alpozzi racconta alla redazione de Il Sito di Torino l’esperienza vissuta al fronte. Alpozzi, infatti, ha preso parte per dieci giorni alle operazioni della base militare Camp Arena, a Herat, documentando con la sua macchina fotografica la vita del fronte durante le festività natalizie.

Quanto tempo sei stato in Afghanistan?

Sono stato 10 giorni, dal 19 al 29 dicembre.

Dove sei andato precisamente?

Sono stato ad Herat, presso la base italiana Camp Arena, nell’ovest nell’Afghanistan nella zona di nostra competenza: RC-West (Regional Command West).

Avevi mai fatto “servizi” di questo tipo?

In un teatro operativo è stata la mia prima volta.

Qual è stato il primo pensiero quando hai messo piede sul suolo afghano?

Non ho avuto pensieri particolari. Quando devo documentare situazioni a me sconosciute cerco sempre di partire senza preconcetti e con la mente più libera possibile per cercare di raccontare gli eventi nella maniera più obiettiva possibile.

Qual era il tuo compito all’interno della base italiana? (avevi il compito di riprendere e riportare un messaggio in particolare oppure eri ‘libero’ di fotografare ciò che preferivi)

Innanzitutto non sono stato solo nella base ma tutti i giorni prendevo parte a quelle che erano le varie attività operative del nostro contingente: dalle pattuglie ai trasferimenti, in più ho “visitato” diversi luoghi di intervento come il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto di Herat che è seguito dal PRT di Herat (Provincial Reconstruction Team) su base del 3° Reggimento Bersaglieri della Brigata Sassari con sede a Teulada oppure il carcere femminile anch’esso seguito dal PRT. Io non “avevo compiti”, sono un fotoreporter e come tale ho documentato la missione Isaf in Afghanistan: per alcune testate ho seguito da vicino le festività natalizie, per altre la scuola di polizia all’interno della quale opera un nucleo di Carabinieri e la Task Force “Grifo” della Guardia di Finanza che addestrano la polizia afgana e la polizia di frontiera. Avevo totale libertà di riprendere tutto ciò che mi serviva per documentare al meglio le attività dei nostri militari con la loro collaborazione quotidiana in tutte le situazioni che richiedevo secondo i miei scopi. Io sono un fotografo freelance e non condivido il fare giornalismo secondo il quale si vuole dare un certo tipo di notizia, preconfezionata, e come tale ci si indirizza alla ricerca, spesso viziata, di quegli elementi che avvalorino ciò che si desidera raccontare distorcendo così la realtà; sono partito per l’Afghanistan senza alcuna idea precisa se non quella di documentare ciò che avrei visto per poi poterlo raccontare attraverso le mie immagini.

Qual era il compito delle truppe italiane in Afghanistan?

I nostri militari sono impegnati in Afghanistan nella missione Isaf (International Security Assistance Force) cioè un missione di sicurezza, di ricostruzione e di sviluppo. In tutto questo non dimentichiamo tutti i militari che si occupano di tutte quelle attività necessarie a mandare avanti e a gestire una base con 4 mila persone: dai pasti, alla logistica, alle attività di ufficio, all’infermeria. La base è come una città dove tutto deve funzionare perfettamente e tutto deve essere presente, ognuno ha il suo ruolo e tutti sono ugualment importanti e fondamentali.

I tuoi occhi e quelli della tua macchina fotografica hanno visto una realtà diversa da quella che gli era stata raccontata prima di partire?

Come spesso accade le notizie non corrispondono alla realtà, o meglio: le brutte notizie fanno vendere mentre i sacrifici quotidiani interessano poco agli editori specie se devono accontentare un certo tipo di lettori (ed elettori) che cercano solo conferme alle loro idee e non la conoscenza dei fatti. La realtà quotidiana che ho vissuto in Afghanistan è quella di connazionali che si impegnano con grande dedizione e professionalità in quello che fanno, credendoci e svolgendolo più che al meglio, sempre al massimo. Persone che lavorano anche 24 ore su 24 ore, non per mantenere il loro posto,  e 7 giorni su 7 senza lamentarsi.

Dire e fare: quante differenze tra ciò che in Italia si dice sulla missione in Afghanistan e ciò che, con i tuoi occhi e la tua esperienza, hai visto fare dai nostri soldati?

Dire e fare… Quanto si dice sui giornali della missione? Diversi giornali sia prima, sia durante, sia dopo la mia permanenza ad Herat mi hanno detto che “l’argomento” non interessa e questo l’ho trovato molto triste. Gli stessi giornali che danno spazio a signori nessuno ammalati di divismo che sponsorizzano un modus vivendi basato sull’arrivismo e la fama temporanea che può darti la televisione con tanto di bei soldoni per “premiare” la mediocrità di personaggi che non solo non hanno nessuna capacità ma non sanno nemmeno esprimersi. I giornali in Italia dicono talmente poco, complice la superficialità di comodo di molte persone, che alcuni prima della mia partenza mi hanno domandato se ci andavo in vacanza. In Afghanistan ho trovato degli italiani che con dignità e umiltà svolgono un lavoro difficile con notevoli sacrifici senza clamore. In Italia si dice molto e si fa poco, in Afghanistan gli italiani che vi lavorano fanno molto e dicono poco.

Ho visto lo scatto con i bambini che si nascondono dietro le mura della base: com’è il rapporto tra i soldati italiani e i piccoli afghani?

Il rapporto tra i nostri militari con tutta la popolazione, non solo con i bambini, si basa prima di tutto sul rispetto. Grazie al modo di porsi verso la popolazione, mai dall’alto verso il basso, fa si che il nostro contingente sia molto apprezzato e stimato: quotidianamente vi sono insurgents, gli insorgenti, che si consegnano spontaneamente, deponendo le armi chiedendo di entrare a far parte del programma di reintegrazione; questo è un grande traguardo ed è la dimostrazione lampante di come la nostra missione sia di pace e non di guerra (come molti preferiscono farci credere) perché si ottengono degli ottimi risultati da parte del nostro esercito senza l’utilizzo delle armi ma solamente parlando e confrontandosi con la popolazione, a stretto contatto con la gente, per la strada e nei villaggi, e soprattutto portando aiuti tangibili alla popolazione, come la costruzione dei pozzi nei villaggi, le scuole e mettendo in sicurezza le strade.

E in generale con la popolazione?

Come ho detto prima anche e soprattutto con la popolazione vi è un ottimo rapporto tant’è che molti lavori all”interno della base italiana sono svolti dai local worker, i lavoratori locali, segno tangibile di quanto si stia creando una nuova economia per un paese in difficoltà, così come tutti i progetti che vengono realizzati dal PRT: ben 47 realizzati nel 2011 e 44 in programma per il 2012. I cantieri vengono appaltati a imprese locali con dipendenti afghani creando così posti di lavoro e favorendo la creazione di personale specializzato, con la nostra supervisione per evitare infiltrazioni da parte della criminalità organizzata, si incentiva lo sviluppo secondo le necessità primarie che vengono discusse e concordate direttamente con i governatori locali.

I militari italiani, dopo la tua esperienza, sono ancora i “mercenari” dipinti da certa parte dell’opinione pubblica o puoi, con la voce dell’esperienza sul campo, smentire questa definizione?

Questa è la classica affermazione tendenziosa e populista di persone che evidentemente svolgono il loro lavoro gratis, di persone che evidentemente non devono pagare le bollette e il mutuo e che ritengono che il lavoro altrui non abbia valore. Sono le stesse persone che plaudono noti comici e showmen pagati milioni di euro e che vanno in solluchero di fronte alla spazzatura televisiva della quale vorrebbero fare parte per guadagnare denaro mettendo in mostra le loro incapacità. Tutti se non erro per vivere cerchiamo di svolgere un mestiere per mantenerci e dare da mangiare ai nostri figli quindi siamo tutti mercenari, dunque mi chiedo quale voglia essere il becero sottinteso nell’affermazione che i militari in missione siano dei mercenari e che lo fanno solo per denaro: dovrebbero forse lavorare gratis? Chi lavora gratis? Ma poi pensiamo ad un qualunque dipendente che viene mandato in trasferta all’estero per la sua azienda: non viene pagato di più? Lo sappiamo che lo stesso dipendente se viene mandato in trasferta in paesi come l’India viene pagato maggiormente del collega che va in trasferta negli Stati Uniti? Dunque i nostri ragazzi in missione all’estero non dovrebbero essere retribuiti di più (senza contare i rischi)? L’opinione così detta pubblica non è l’opinione della gente, ma l’idea che alcuni fanno passare, gli stessi che prendono lauti stipendi e non si preoccupano nemmeno di mantenere calda la poltrona alla quale sono attaccati; medesime affermazioni le ho sentite fare da alcuni dipendenti pubblici (come di fatto lo sono anche i militari) durante una  pausa caffè che è durata 40 minuti, mentre agli sportelli vi erano code interminabili; quindi se erroneamente volessimo anche accettare l’affermazione che i militari sono pagati tanto per andare in missione non è forse più giustificato pagare qualcuno che il suo lavoro lo svolge per davvero piuttosto che mantenere persone che rubano quotidianamente lo stipendio che noi cittadini paghiamo con le nostre tasse?

Qual è stato lo scatto più ‘profondo’ che hai fatto? Cosa rappresentava?

Lo scatto più profondo che ho realizzato credo sia quello che ho fatto ad uno dei ragazzi del Battaglione San Marco della mia scorta all’interno del carcere femminile di Herat che si è commosso davanti ad un bimbo, figlio di una delle detenute. Credo sia molto significativo dell’umanità dei nostri ragazzi e dei sentimenti che portano costantemente con sé.

Ci racconti il Natale passato al fronte?

Dunque il Natale vero e proprio cioè il 25 dicembre l’ho passato insieme ad una pattuglia dei Fucilieri dell’Aria in alcuni villaggi nella zona di Herat. Una pattuglia quotidiana che viene svolta per sicurezza; un lavoro delicatissimo che non si interrompe mai nemmeno nel giorno di Natale, così come tutte le altre attività all’interno e all’estero della base. La vigilia invece, il 24, ho preso parte ad un’altra pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste. Il lavoro è svolto regolarmente anche in tutti quei giorni di festa che in patria invece si fa vacanza (alcune notti io ero ancora impegnato nell’invio di immagini ai giornali e andando negli uffici trovavo sempre qualcuno impegnato). La notte del 24 invece ho preso parte alla Messa celebrata all’interno di un hangar con centinaia di persone. Nei giorni precedenti invece ho documentato la preparazione dei doni, da parte del nostro esercito, per i local worker e i loro figli, poi distribuiti durante una piccola festa organizzata per i bimbi con tanto di spettacolo di magia organizzato da un colonnello dei bersaglieri.

Qual è stato l’ultimo pensiero che hai avuto quanto hai messo il piede sull’aereo che ti riportava a casa?

Il mio ultimo pensiero è stato che 10 giorni non sono sufficienti per documentare l’impegno dei nostri ragazzi e che i miei pochi giorni di impegno in una situazione difficile siano nulla in confronto ai 6 mesi dei nostri militari. Dopo solo 10 giorni si iniziano a sentire la mancanza di molte cose che diamo per scontate, alle quali siano abituati e alle quali non diamo peso. Si imparano ad apprezzare le piccole cose e soprattutto l’importanza di una semplice stretta di mano, di uno sguardo di approvazione e complicità.

Ci torneresti?

Certamente Ho trovato più umanità, gratificazione e rispetto da parte dei ragazzi con i quali ho lavorato in Afghanistan per soli 10 giorni che quella che vi è in Italia con persone e amici che conosco da anni. Ho riscoperto cosa significa amare il proprio lavoro, svolgerlo al meglio e rispettare quello altrui; mi ero scordato cosa fossero l’umanità, la dignità e il rispetto delle persone e soprattutto il valore di un sacrificio e il credere profondamente in quello che si fa che va ben oltre il mero guadagno e il successo personale, spesso a discapito di altri, ho riscoperto il valore del lavoro di squadra e dell’amicizia.

A chi vorresti consigliare la tua esperienza?

La consiglierei a tutte quelle persone che sentenziano e che criticano stando seduti comodamente a casa loro con tutte le loro comodità, la loro bella vita fatta di code nei centri commerciali, di aperitivi e di scioperi che inneggiano a presunti diritti scordandosi i loro doveri, a tutti coloro ai quali non saranno piaciute alcune mie affermazioni e a quelli che si sono impossessati di una ingiustificata superiorità ideologica basata solo su preconcetti costruiti a tavolino e non sui fatti: per parlare di quella che alcuni definiscono guerra dovrebbero prima viverla! Ho personalmente trovato più umanità e sentimenti in una situazione di crisi di quella che vi è tutti i giorni qui a casa… La consiglio a quelli che non credono alle persone che non gli dicono quello che vogliono sentirsi raccontare: vadano a verificare di persona! Io ho rinunciato al mio Natale per farlo.

Grazie ad Alberto Alpozzi (in alto a destra nella foto con la sua macchina fotografica)

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