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Fotoconferenza Afghanistan, Libano, Kosovo e Antipirateria

Salotto con l’autore all’Inferno Cafè

fotoconferenza_infernocafè_torino_alpozziTorino, 26 settembre 2013 – Questa sera all’Inferno Cafè, in via Calvo 3, si terrà la fotoconferenza di Alberto Alpozzi sulle missioni internazionali in Afghanistan, Libano, Kosovo e sulla Missione Atalanta per l’Antipirateria.

Proiezione e commento delle più belle fotografie del reporter Alberto Alpozzi dagli scenari delle missioni di pace italiane.
Tavola rotonda aperta al pubblico con il contributo di un militare che si occupa di sminamento. Ingresso gratuito. Ore 21,00.

Con la partecipazione del Genio Guastatori dell’Esercito Italiano. Stampe fotografiche a cura de “La Bottega della Fotografica

Per info e dettagli qui l’evento su Facebook: “Salotto con l’autore – una fotoconfernza di Alberto Alpozzi”

Per approndire: “Esercito Italiano – Missioni Internazionali all’estero” e “Antipirateria: Missione Atalanta”

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Antipirateria: Missione Atalanta

NEWS E AGGIORNAMENTI DA NAVE ZEFFIRO

Missione Atalanta per l’antipirateria Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1814, 1816, 1838 e 1846 adottate nel 2008

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Missione antipirateria Atalanta. Golfo di Aden al largo delle coste della Somalia

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

antipirateria_zeffiro (1)[…] Con circa 230 tra uomini e donne a bordo la fregata Zeffiro della Marina Militare perlustra notte e giorno le acque attorno al Corno d’Africa. Qui vi transitano circa l’85% dei traffici marittimi mondiali, centinaia di navi commerciali al giorno dirette verso e da il Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Un bacino di appetibili prede dei pirati che dalle coste somale attaccano i mercantili per fare ostaggi, non più per le merci, ma per chiedere all’armatore il riscatto per l’equipaggio. Un mercato fiorente contrastato dalla missione Atalanta della Comunità Europea che attualmente vede impegnata oltre che la Marina Militare anche Norvegia, Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Svezia unitamente alla missione Ocean Shield della Nato più diverse nazioni indipendenti che vi operano come Corea, India, Giappone e Russia. […] CONTINUA A LEGGERE

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Primo Friendly Approach per Nave Zeffiro nel golfo di Aden

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

friendly approach (7)[…] La Missione Europea Antipirateria Atalanta nel golfo di Aden, di fronte alle coste della Somalia, avendo per la maggior parte interdetto le azioni dei pirati è entrata ormai nella seconda fase per il mantenimento della sicurezza nell’area e per la tutela dei mercantili internazionali che qui vi transitano quotidianamente.Attualmente operante in questa zona dal mese di giugno vi è la fregata Zeffiro della Marina Militare, tra le sue capacità vi è il Friendly Approach cioè l’avvicinamento di un’imbarcazione da parte dell’unità navale per prendere contatti, manifestare la propria presenza e al contempo verificare l’eventuale presenza di minacce. Dapprima via radio la plancia della Zeffiro contatta il comandante dell’imbarcazione per l’autorizzazione all’approccio, segno già tangibile di fiducia e collaborazione una volta concesso. Ad autorizzazione avvenuta la nave assume l’assetto di Force Protection, attraverso il dispiegamento di armamenti per autoprotezione. […] CONTINUA A LEGGERE

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Il Commodoro portoghese incontra l’equipaggio di Zeffiro

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

ctf (6)[…] il Comandante della Task Force 465, Commodoro Jorge Novo Palma, ha fatto visita all’Equipaggio di Nave Zeffiro che incrociava nel Golfo di Aden a nord delle coste della Somalia. Dalla fregata portoghese Alvares Cabral, unità di bandiera nonchè nave sede di comando della missione Atalanta, è giunto a bordo della nave italiana, dove una volta accolto dal Comandante Capitano di Fregata Roberto Micelli ha avuto un informale scambio di battute con gli Ufficiali circa la missione e l’impegno nello svolgere le operazioni assegnate unitamente alle unità delle altre nazioni impegnate. E’ seguita una visita dello Zeffiro durante la quale i team specialistici imbarcati, il GOS “Gruppo Operativo Subacquei” e il team RSM Reggimento “San Marco”, hanno presentato al Force Commander nell’ambito di una esposizione statica le loro capacità operative nel contrasto alla pirateria. […] CONTINUA A LEGGERE

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Pirateria nel Golfo di Aden. Il contrasto di Brigata Marina San Marco

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

barbettone_fb[…] Da oramai più di un anno quando si parla di San Marco si associano subito i volti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone i due italiani detenuti in India per questioni ancora da dirimere e soprattutto poco chiare. I due Marò svolgevano a bordo della petroliera “Enrica Lexie” il delicato compito di protezione della nave da attacchi di pirati, compito simile a quello attualmente svolto dai loro colleghi  del 2° Reggimento 2ª Compagnia delle Operazioni Navali imbarcati su nave Zeffiro operante nel golfo di Aden all’interno della missione europa Atalanta per l’antipirateria. Il team boarding del San Marco operante sulle navi è composto da 8 operatori, ma nel caso della missione Atalanta il numero sale a 10 con l’aggiunta di un fuciliere di marina abilitato al tiro di precisione e il suo spotter. […] CONTINUA A LEGGERE

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Golfo di Aden, Somalia. Intelligence Surveillance and Reconnaice (ISR)

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

_AFG7953[…] Obiettivo principale della  missione europea Atalanta per l’antipirateria, unitamente a quella Nato Ocean Shield, è l’acquisizione di elementi informativi sulla localizzazione di eventuali “Pirates Action Group” (PAG). Elementi essenziali per contrastare la pirateria nel Golfo di Aden acquisiti con successo se consideriamo che è ormai più di un anno che non si verificano sequestri di navi. Per l’acquisizione dei “target” vengono impiegati gli elicotteri della Marina Militare imbarcati sulla fregata Zeffiro, tramite gli strumenti ISR “Intelligence Surveillance and Reconnaice” atti all’acquisizione di video e fotorilievi. Intelligence: vengono studiate le immagini precedenti per osservare se nelle zone in oggetto vi sono stati accentramenti o svuotamenti di risorse utili alla pirateria; Sorveglianza: si monitorano i movimenti di barchini e delle mothership; Ricognizione: vengono effettuate verifiche dirette sul luogo. Seguendo la costa nord della Somalia le operazioni di volo monitorano i villaggi nei pressi della città di Boosaaso, città che tra il 2007 e il 2009 fu il fulcro della pirateria nel golfo di Aden. […] CONTINUA A LEGGERE

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Operazione Atalanta. Le attività del Gruppo Operativo Subacqueo (GOS)

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

gos (4)[…] L’ultimo grave caso registrato di attacco ai danni di navi militari risale al tragico evento del 2000 che colpì la USS Cole causando la morte di 17 uomini e il ferimento di 47 durante la guerra in Iraq.Questi sono rari ma possibili casi che devono essere sempre tenuti in considerazione e scongiurati durante la navigazione in missioni operative. Nel caso della missione Atalanta per l’antipirateria le navi della Marina Militare, come attualmente lo Zeffiro impiegato nel golfo di Aden a nord delle coste della Somalia, imbarcano un team composto da 3 uomini di Palombari della Marina Militare in servizio presso Comsubin “Comando Subacquei ed Incursori” di La Spezia per la ricerca, l’identificazione e l’inutilizzazione di ordigni esplosivi. Il team Gos “Gruppo Operativo Subacqueo” è impiegato come team EOD “Explosive Ordenance Disposal” e IEDD “Improvised Explosive Device Disposal” […] CONTINUA A LEGGERE

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Gibuti. Sosta strategica

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

zeffiro_gibuti (5)[…] Dopo 15 giorni di navigazione, 312 ore di moto e 1823 miglia percorse, lo Zeffiro questa mattina ha attraccato al porto di Gibuti per una sosta strategica schedulata come da programma, anche se soggetto a possibili variazioni per esigenze operative, della missione Atalanta. L’ultimo scalo fu fatto a Salallah in Oman quando la nave proveniva già da Gibuti, che è un centro nevralgico per l’antipirateria dove sono presenti diversi distaccamenti delle nazioni impegnate nella missione e dove gli Ufficiali possono incontrarsi per la raccolta e lo scambio di informazioni. Precedentemente al canale di Suez vi fu una sola sosta a Souda, in Grecia, per un corso di antipirateria, in aggiunta a quello già effettuata in Italia, che ha compreso degli incontri teorici per gli Ufficiali di Zeffiro ed infine due esercitazioni per l’intero Equipaggio. […] CONTINUA A LEGGERE


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Bala Boluk, Afghanistan: Intervento medico per ferite d’arma da fuoco

16 Dicembre 2012 – News Afghanistan di Alberto Alpozzi Fotogiornalista

Bala Boluk – Afghanistan, 16 Dicembre. Quotidianamente si esce in pattuglia. Le sorprese, purtroppo, non mancano mai. Mantenere in sicurezza le strade è compito arduo e ogni elemento va analizzato attentamente. Auto, moto, persone tutto potrebbe costituire una minaccia che si potrebbe tramutare in tragedia per i nostri ragazzi e per la polizia afghana con la quale si collabora. Un’auto che a folle velocità, zigzagando, si dirige verso la tua posizione non presagisce nulla di buono.

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La pattuglia italiana è appiedata in appoggio ad un check-point della polizia afghana nei pressi del piccolo centro medico di Bala Boluk. Scende di un corsa un anziano, con un ragazzo al suo fianco. In pochi attimi, non appena si è compreso che non si tratta di una minaccia, si apprende che il ragazzo ha tentato il suicidio ingerendo del diserbante chimico.

Interviene subito la nostra pattuglia per portarlo all’infermeria all’interno della base… CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO SU RASSEGNA STAMPA MILITARE cliccando qui

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DIARIO AFGHANO

News Afghanistan – Reporter in Afghanistan

di Alberto Alpozzi – Fotoreporter embedded

Un breve diario per raccontare i giorni trascorsi in Afghanistan: pensieri e foto estemporanee per raccontare la vita in missione in Afghansitan con i nostri ragazzi, i militari italiani. Le giornate passate con loro, le loro emozioni, i desideri e le paure.

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Non un’analisi sulla missione militare in Afghanistan: quella sarebbe politica, diplomazia, strategia ed economia; non 11 Settembre, Bin Laden o la cosidetta guerra al terrore portata avanti dagli Stati Uniti, non le scelte internazionali che hanno portato diverse nazioni facenti parte dell’Onu ad intervenire militarmente, quelli sono temi sui quali ciascuno di noi può avere una personale opinione. Io racconto di italiani che lavorano all’estero.

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Art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“.

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reportage-fotografia_alpozzi_fotoreporter_fb

In Afghansitan c’è un cielo stellato mai visto e tante, tante “stelle” cadenti. Forse perchè lì più che da noi c’è davvero molta necessità che i desideri degli uomini si avverino.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_108 Dicembre, mattina – Destinazione Afghanistan, Rc-West, Camp Arena. Di nuovo come lo scorso anno in questo periodo. Dicembre. Si parte. Si prepara la sacca, con attenzione e precisione per non scordare nulla. Non è come preparare la valigia per le vacanze. Forse non è neppure una valigia quella che stai preparando. E’ un pezzo di te, delle tua vita, che devi portarti dietro. Non devi dimenticare quelle piccole cose che ti rappresentano, che ti danno un’identità. Quando parti per certi viaggi è come mettere la tua vita in stand-by. Inizi a fluttuare in una dimensione fuori dal tempo e soprattutto dallo spazio della quotidianità…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_208 Dicembre, sera – Fotografare, documentare, interpretare, testimoniare. Essere gli occhi e il cuore di tutti coloro che non possono vedere e toccare con mano certe realtà. Non è facile mettere in una immagine tutte le nostre emozioni, le nostre paure, i nostri desideri. Una, due, mille fotocamere non sono nulla se dentro di noi non abbiamo qualcosa da comunicare. Si prepara la sacca con l’attrezzatura, con i propri strumenti del mestiere che ti seguiranno anche in zone di crisi, in paesi nei quali alcuni credono che sarebbe meglio avere con sè un’arma piuttosto che una fotocamera… Ma la fotografia spesso fa più paura che un fucile. Se punti un arma a qualcuno in Afghanistan è molto facile che faccia altrettanto, ma se gli punti contro una fotocamera non “ha armi per risponderti”.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_309 Dicembre, mattina – In attesa del treno alla stazione si fanno un sacco di pensieri. Non è il treno dei desideri. Non è il treno dei sogni che ti porta via dalla quotidianità dalla quale costantemente vogliamo evadere. E’ il treno che ti palesa quanto la nostra quotidianità sia fatta da tutte quelle cose date ormai per scontate ma che fanno parte di noi, volenti o nolenti, nel bene o nel male. Di quella quotidianità che ti verrà a mancare. Di tutti i sacrifici ai quali andrai incontro. Non è una partenza. E’ un distacco. Una cesura. Fai i conti con quello che sei veramente, con quello che temporaneamente stai abbandonando e con quello che veramente ti racconta il nostro mondo fatto da innumerevoli capricci.

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09 Dicembre, sera – Torino-Roma. Roma, aeroporto militare di Pratica di Mare. Briefing e chek-in. Controllo dei bagagli e raggi X all’attrezzattura. Si attende l’imbarco insieme ai ragazzi che stanno rientrando dopo la licenza a metà missione. Si chiacchera. Si scambiano considerazioni. Ognuno ha la propria storia, molti sono ragazzi più giovani di me, alla loro terza o quarta missione. I loro occhi parlano più di mille parole di fronte alle solite domande di rito: hai famiglia? figli? quando rientrerai? laggiù com’è ora la situazione? Lungo la strada dall’Eur all’aeroporto abbiamo costeggiato un centro commerciale: tutto illuminato e decorato per Natale. E’ stata una scena surreale che fino al giorno prima invece era non solo la normalità, una banalità. Certi viaggi ti fanno scontrare con i tuoi stessi pensieri: che significato ha tutto ciò in un luogo dove il tempo e lo spazio sono alterati? Laggiù tutti i giorni è lunedì. Lunedì fra la sabbia e i pericoli.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_509 Dicembre, partenza – Notte. Imbarco. Buio. 4500 km in linea d’aria. Circa 10 ore di volo. L’aereo rulla sulla pista e si stacca. Destinazione Herat, Rc-West. Si viaggerà tutta la notte. Atterreremo con tre ore e mezzo di fuso orario. Si viaggia in silenzio. Per distrarsi c’è chi ascolta musica, chi guarda un film, chi legge. Solo la scorsa settimana ero in volo verso Madrid. Non è proprio il medesimo viaggio. Un giro in cabina di pilotaggio. Stiamo viaggiando circa a 800 km/h ad una altezza di 11.000 m. Siamo sopra a Il Cairo. Sembra di guardare un mappa mondo. Silenzio. Il vettore viaggia incurante di tutto quello che ora sta accadendo là sotto…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_610 Dicembre, mattina – Trasferimento terminato. Il portellone dell’aereo si apre. La cabina viene invasa da una fortissima luce. Esci e vieni colpito da un Sole abbacinante. Herat. Siamo arrivati. Si sbarca. Rombi di aerei, elicotteri in movimento e solo mimetiche. Un mondo non solo distante chilomentricamente ma distante da tutta la nostra quotidianità; quella quotidianità attraverso la quale, molti, troppi, giudicano e sentenziano. L’impatto è notevole, non come quello dello scorso anno, la mia prima volta in Afghanistan, ma pur sempre un qualcosa di difficilmente descrivibile non per quello che stai vivendo in quel preciso istante ma per i presupposti di quello che, con tutte le incognite del caso, andrai a scoprire nei giorni a seguire.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_710 Dicembre, pomeriggio – Press Room. Documenti e accrediti. Consegna delle chiavi per l’alloggiamento. Stesso Corimec, il “Julia”,  dello scorso anno . Stesso odore dello scorso anno. E’ sicuro sono in Afghanistan. Di nuovo. Gran voglia di iniziare. Di documentare, di incontrare i nuovi ragazzi e soprattutto vedere i cambiamenti avvenuti nell’ultimo anno. Prima di affrontare le uscite, che saranno domani, ci si immerge il primo e doveroso briefing sulle IED… ti passa la voglia di uscire dalla base. Ma poi passa. La giornata volge al termine, scende il Sole, sale il freddo che ti pervade e osservi il più bel cielo stellato di sempre complici l’oscuramento della base e l’aria pura. Una stella cadente… voi che desiderio avete?

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_811 Dicembre, mattina – La mattina quando sei a casa ti alzi, ti stiracchi e scegli con quali abiti colpire i tuoi colleghi, i tuoi amici e tutti quanti guarderanno le griffe che giganteggiano sui tuoi indumenti. Così almeno vale per molti. Stamane mi sono alzato. Ho indossato ciò che di più comodo e resistente posso avere e poi mi sono infilato, non per colpire, ma per evitare di essere colpito, un bel GAP – Giubbotto Anti Proiettile – e un elmetto in kevlar. Si esce. Eh già, qui la “vita” è così. Il limite di sicurezza è molto diverso dal nostro. L’Afghanistan è sicuro? Di solito rispondo: Leggi sul sito della Farnesina, oppure vacci. Certe realtà vanno conosciute, toccate con mano. Oggi inaugurazione di alcuni appartamenti per un centro di ad opera del PRT.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_911 Dicembre, pomeriggio – Per uscire dalla base con direzione Herat si sale su fruoristrada bianchi, non su mezzi dichiaratemente militari, per avere un basso profilo, minor impatto. Siamo scortati dai ragazzi del San Marco. Un pensiero va subito ai due Marò ancora in India. Giubbotto antiproiettile indossato, fotocamere al collo e si imbocca la Highway One, fortunatamente asfaltata, in direzione Herat. Traffico: molte moto, le Zarang, sfrecciano dappertutto. Polvere, gran via vai di persone: donne, bambini e anziani che stazionano ai cigli delle strade o che attraversano improvvisamente. Nuove e vecchie costruzioni, c’è molto fermento. La città sta cambiando. Molti ragazzi giocano a pallone negli spiazi vuoti. L’anno scorso non giocavano. La vita sta cambiando. Per la strada agli incroci e negli spartitraffico molti uomini dell’ANA – Afghan National Army – molta polizia, stanno ripredendo “possesso” della loro città. Ti guardano passare. Il mio vetro non è oscurato. Non ci sono filtri. L’anno scorso quasi li spiavo da dietro il vetro scuro. Questa volta li osservo. Mi guardano interrogativi, qualche scatto, temo di essere invadente. Dopo la visita ai progetti seguiti dal PRT, saliamo verso la “residenza estiva” del Governatorei di Herat. Vista superlativa sulla città. Ai piedi della collina un parco giochi. Una vecchai ruota panoramica di ferro rossa, gialla e blu gira. Vuota. Appena scendiamo dai mezzi sbucano da ogni dove un sacco di ragazzini con una bilancia. La vogliono vendere? No. Ti offrono di pesarti. I ragazzi della nostra scorta, a turno, si pesano tutti. Armi comprese. Qualche euro fa brillare gli occhi dei ragazzani. Altri dai mezzi prendono confezioni di dolci e succhi di frutta. Basta poco a risolvere la giornata. Si riparte. Ognuno proseguirà la propria vita. Io con la mia fotocamera. La scorta con la missione. I ragazzini con le bilance…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1012 Dicembre, mattina – Cielo grigio. Freddo. Probabile pioggia. Male. Dobbiamo volare verso sud. Oggi vi sarà la Trasition. Il passaggio di consegna tra l’Isaf e l’esercito afghano. Cioè la raggiunta maturità e professionalità da parte delle forze armate dei nostri alleati afghani per proseguire da soli. Future is in your hand – dirà durante la conferenza della transition il Generale Dario Ranieri. L’elicottero mette in moto i motori. Doppia elica. Il CH-47 da trasporto dell’Esercito Italiano. Una ventata fortissima di aria calda ci investe. Non puoi tenere gli occhi aperti. In fila indiana ci imbarchiamo dal portellone posteriore. Passiamo a fianco del mitragliere di coda. Prendiamo posto sulle panche di tela. Ci allaciamo la cintura mentre i ragazzi dei portelloni anteriori, uno a destra e uno a sinistra, caricano le mitragliatrici. Con un leggero sobbalzo ci stacchiamo da terra. Poca luce. Molta aria. Sono in una buona posizione per scrutare il paesaggio. Attendo uno sprazzo di luce. Pianura. Deserto. Qualche rilievo. Marte.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1112 Dicembre, pomeriggio – Si scende di quota. Sorvoliamo la base. E’ diversa. Lo avverti e lo vedi subito. Il cordone di sicurezza è innalzato. Tocchiamo terra. Si scende di corsa nella polvere. Davanti a noi in attesa la colonna di Lince. Mi giro per fare due scatti al CH ma si stà già alzando in volo. Si sale sui mezzi. Faccio un balzo indietro di anno. La mia prima pattuglia. Era il 25 Dicembre. Natale coi Fucilieri dell’Aria: E’ la prima volta in Afghanistan? – mi chiese il Capo Macchina – Si… – risposi mentre mi allacciavo l’elmetto – Si vede dagli occhi – e mi chiuse la porta blindata laterale. Ora sono nel sud, un anno dopo. La provincia di Farah è in fase di transizione. La base passerà dall’Esercito Italiano all’Esercito Afghano. Le cose stanno cambiando. L’evoluzione è in atto. Oggi la cerimonia ufficiale. Tutta in Dahri. Anche questa è un’esperienza. Il Generale Ranieri interviene: “Future is in your hands”. Già è così. Ma anche quello dei nostri ragazzi che saranno qui fino al 2014, il loro futuro è nelle mani degli afghani. Il pensiero corre subito a Tiziano Chierotti. La cerimonia termina.

375409_4289371867480_179310776_n13-14 Dicembre – Il tempo in base trascorre con ritmi e tempistiche diverse. Il lavoro è costante, non si ferma mai. Tutto funziona come gli ingranaggi di una macchina perfetta. Ciascuno ha il suo ruolo strettamente collegato e dipendente a quello dell’altro. Tutti sono necessari agli altri, tutti sono indispensabile al mantinemento della sicurezza e alla gestione della base con tutte le attività che ne conseguono. Le attività “cinetiche”, quelle operative esterne alla base, funzionano solo se all’interno della base tutto è organizzato: la mensa, i servizi igienici, l’infermeria e perchè no, anche una piccola festa la sera per svagarsi. La base di Camp Arena, è una piccola città indipendente. Si attende, a volte con impazienza, la conferma del volo per Bala Boluk, a sud nella provincia di Farah, l’ultimo avamposto italiano. Presto ci trasferiremo a vivere, convivere, con i ragazzi impegnati laggiù. In una zona difficoltosa che presto sarà totalmente gestita dall’ANA “Afghan National Army”, l’esercito afghano che abbiamo negli anni addestrato per poter essere indipendente e in grado di gestire con i propri mezzi e risorse il propio paese.

61401_4302036704093_1143476334_n15 Dicembre, mattina – Confermata la partenza per Bala Boluk, le condizioni meteo sono favorevoli. Partiamo presto in mattina subito dopo l’atteso arrivo del Ministro della Difesa Di Paola che in viaggio verso l’India per trattare il rilascio dei nostri due Marò, trattenuti da 10 mesi, ha fatto una piccola deviazione in Afghanistan per venire a trovare i nostri ragazzi qui impegnati duramente. Camp Arena attende il suo arrivo. Fervono i preparativi per accoglierlo. Veloce briefing anche per il Ministro: vengono presentati i progressi degli ultimi mesi e le attività svolte in vista del 2014, anno del rientro definitivo delle truppe Isaf. Siamo vicini al Natale, viene presentata anche la bella iniziativa “Buon Natale Soldato” messa in campo dall’associazione “L’altra metà della divisa”. Torniamo alle nostre stanze. Recuperiamo il nostro piccolo bagaglio per il trasferimento nella Fob di Bala Boluk: sacco a pelo e il minimo indispensabile per viaggiare leggeri. I CH-47 ci attendono in aeroporto. Eliche in moto, testa in basso si corre verso il portellone aperto per partire. Il Ministro parte con noi. Poco meno di un’ora di volo e saremo in un altro mondo, un’altra realtà… distanti da Camp Arena.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1215 Dicembre, pomeriggio – L’Afghanistan dall’alto ti toglie sempre il fiato. Il deserto di roccia pare infinito. Passiamo in una stretta gola tra le montagne. Quasi ti sembra ti poter toccare le pareti di roccia gialla. Gli elicotteri si abbassano, quasi a sfiorare il terreno. Inizia il volo tattico. Vedi scorrere velocemente i pochi campi e le abitazioni. Passiamo sopra un fiume. L’elicottero si impenna, gira su stesso e appoggia il carrello a terra. Si scende di corsa. Sopra la nostra testa volteggiano le “zanzare”, gli elicotteri d’attacco Mangusta come in gergo alcuni li chiamano. Fanno sicurezza al luogo d’atterraggio mentre sbarchiamo. Ma ben presto scopriremo che un colpo di mortaio sparato da 4-5 km può tragicamente colpire la base. Il Ministro Di Paola scende con noi e viene accolto dai vari Comandanti e dai reparti schierati (clicca qui per il reportage della visita). Siamo nella Fob Tobruk, Bala Boluk, provincia di Farah, Afghanistan. Migliaia di chilometri dall’Italia. Anni luce dalla nostra incantata quotidianità. Benvenuti nell’ultimo avamposto italiano in Afghanistan. 180 Ragazzi! “When ever you are – Here you are a familyrecita un cartello in inglese e arabo.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1315 Dicembre, sera – Il Ministro della Difesa riparte alla volta dell’India per andare a dirimere la questione dei nostri due Marò. Qui a Bala ha incontrato i Leoni del San Marco, ha stretto mani, qualche carezza sul volto di alcuni e qualche lacrima di commozione parlando con i ragazzi dei loro fratelli. La base ritorna ai ritmi naturali, la parola normale qui perde subito di significato. Il comandante della base ci accoglie e ci fa accompagnare alla nostra tenda. Ci dicono di attendere ad occuparla che è ancora fredda. Nel mentre ci fanno vedere dove sono i servizi igienici e le docce. Due containers separati. Per raggiungerli passi nella polvere, al freddo e sui sassi. Le comodità te le scordi. Devi crearti il tuo piccolo spazio e far tua una vita… disagiata. “Questo posto lo odi, ma quando torni a casa ti manca il tuo angoletto”. Questo ci dicono. Facciamo il giro della base, per orientarci. Tutti si fermano a salutarti, si presentano e ti invitano a prendere il caffè. Non c’è il bar. Ognuno da casa si è portato una moka e un fornelletto. Non è solo un rito, è un lusso! Presto avremo il nostro appuntamento serale per il caffè. “Ci vediamo alle 21.30 da noi per il caffè allora! A dopo, vi aspettiamo” Che bello essere accolti in questo modo. Stima, rispetto, affetto e comprensione… “In tenda abbiamo freddo…” diciamo. Tempo pochi minuti arrivano zaini con sacchi a pelo e coperte! Senza parole! “Qui siamo tutti fratelli! Io ho bisogno di te quanto tu di me”. Quanto abbiamo da imparare! E’ proprio vero che nelle situazioni peggiori trovi le persone migliori! Saranno giorni intensi al fianco dei nostri ragazzi.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1416 Dicembre, mattina – Come funziona la base? Quali sono i ritmi? Una Fob “Forward Operation Base” è un microcosmo autosufficiente con qualche centinaio di ragazzi che rischiano la vita quotidianamente. I rischi non sono solo le famigerate IED “Improvised Explosive Device” lungo la strada, insieme ad eventuali “tic” cioè attacchi con armi leggere ma anche i razzi e i colpi di mortaio che possono colpire la base. In qualunque momento. Un mortaio può colpire anche da 5 km di distanza, da dietro le montagne. Te ne accorgi quando il colpo arriva a destinazione. Qui non è un gioco, non è un film. Non c’è denaro che tenga. La vita assume subito tutto un altro significato. Tutte le tue “cose” spariscono: i-phone, dvd, discoteca, auto sportive, abiti firmati, code nei centri commerciali.”Un bagno in più qui fa la differenza. Questo per noi sarebbe la felicità oggi”. Ecco come si torna al piano zero, alle vere necessità e si impara ad apprezzare davvero il lusso di un caffè, come un premio, un vero bene di conforto da condividere coi tuoi fratelli. Per uscire dalla base si passa attraverso diversi terrapieni di protezione e filospinato. Un ambiente ostile per la propria sicurezza. Per entrare stessa cosa. Una guardia col metaldetector controlla chiunque. Ci sono i local worker, afghani, locali, che possono entrare nella base per svolgere diversi lavori. Devono scendere dal mezzo. Entrare in un piccolo separè di cemento per farsi perquisire. Anche un orecchino o un ciondolo potrebbero essere mezzi di offesa. “Ma come chiedo io?” La guardia mi spiega “Non hanno fretta. Un pezzo per volta. Anche mesi, se non anni. Posizionano singoli e insignificanti pezzi qui e là che poi verranno assemblati…” La fine della frase è ovvia.Il mezzo invece viene controllato dai cani antiesplosivo. Se l’entrata non era prevista il mezzo dopo essere stato controllato viene fatto posteggiare in un’aerea filtro per 12 ore. “Perchè per 12 ore?” domando di nuovo scioccamente… “Il giro delle lancette di un orologio. Un timer…” Ok capito. Altra frase con finale ovvio. Qui è il 16 dicembre. Frasi con finali ovvi ti fanno apprezzare quanto la vita, qui, ma anche a casa, non sia poi così ovvia. E’ un dono.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1516 Dicembre, pomeriggio – Una pattuglia rientra in anticipo. In base c’è movimento. Cosa succede? Corro verso l’entrata, dopo l’autorizzazione. La pattuglia in visita al piccolo posto medico vicino alla base si è imbattuta in un ragazzo che ha tentato il suicidio, il padre in preda alla disperazione cerca aiuto. Il ragazzo, dopo le necessarie precauzioni – e autorizzazioni – viene portato alla base. Purtroppo per i locali la prima clinica (non certo con i nostri standard) si trova a più di 70 km. La base italiana presta quotidianamente soccorso alla popolazione, sia esternamente che internamente. Il ragazzo (vedi qui il fotoreportage) viene portato nell’infermeria. Povero! Ha due occhi che non scorderò mai. Ha cercato di suicidarsi bevendo del diserbante chimico. Il padre è fuori dalla base. Il ragazzo è visibilmente scosso e frastornato. Verrà intubato. Per tranquillizarlo viene fatto chiamare il padre. Abbandono, per rispetto, l’infermeria. Mi sono già sentito un avvoltoio quando ho scattato le mie foto… povero ragazzo. Lui tra la vita e la morte ed io a fare foto. Il giorno dopo, mentre scriverò l’articolo da inviare non riesciurò a terminarlo che alla base giungerà un altro uomo con ferite d’arma da fuoco (qui foto e articolo). Qui non solo tutti i giorni sono lunedì. Ma sempre nell’ora di punta durante lo sciopero dei mezzi pubblici…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1617 Dicembre, mattino – Ci si alza presto. Fino all’ultimo ieri sera il comando è rimansto in contatto con gli esperti dell’aeronautica per avere conferma delle condizioni meteo per oggi: è prevista pioggia. Stamane si deve uscire in pattuglia. Qui non si scherza. Per uscire dalla base non è sufficiente aprire un cancello. Se il meteo non consente copertura aerea non si può uscire. Quando sei fuori può succedere il peggio. In caso di necessità un medevac – evaquazione medica – può fare la differenza tra la vita e… un articolo sul giornale. Si perchè di questo si tratta. Ciò che qui viene costruito non fa notizia. “La vera missione è ritornare” mi dice un ragazzo “Tornare e vedere quello che hai costruito, vedere i progressi, questo mi fa sentire parte di qualcosa”. La “creazione” pare interessare poco al “pubblico” ma la “distruzione” invece si… Qui si parla di vita tutti i giorni, non di morte anche se ne hai a che fare costantemente! Piove, ma gli elicotteri sono in volo. Saliamo sui mezzi. “Alberto, per ogni cosa fai riferimento a lui, ti verrà a prendere quando saremo appiedati e ti copre lui in caso di necessità”. Le radio sono accese. “Mike, via, siamo fuori, muoviamo verso il Bazar”. La base segue costantemente i nostri movimenti. Arriviamo al bazar. La situazione pare tranquilla. Mi autorizzano a scendere, ma non ad allontarmi. La pattuglia, con me nel loro mezzo, procede a piedi. Molti bambini, curiosi. Dopo i primi attimi di diffidenza rompo il ghiaccio con i miei lunghi baffi. Risate. Iniziano a seguirmi facendo il gesto di tirarmeli e si fanno scattare qualche foto tra le risate anche degli adulti. Tutto appare così surreale. Mamma mia in che condizioni vivono, non riesco a descriverle. In India anni fa pensavo di aver visto la povertà… I ragazzi sono sempre con me. Si guardano attorno. Moto che passano… Auto ferme. Meglio controllare, esperienza insegna. Molta gente. I loro occhi analizzano decine di piccole cose che io nemmeno noto. “Qui l’ultima volta ci hanno attivato, è meglio stare attenti. Per fortuna solo armi leggere”. Tanto fango, freddo. Piove incessantemente. La pattuglia fa presenza e sicurezza. Il popolo ne ha bisogno, hanno bisogno di iniziare a rivivere. Commerciare. La nostra presenza da loro sicurezza. Stringono mani. Ci sorridono. Si torna indietro. Non tutti sono d’accordo però… arriva qualche sasso. La pattuglia si stoppa. Meglio verificare con delicatezza. Tutto ok. Si rientra. Si torna a respirare.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1718 Dicembre, sera – 1005, 1004, 1003, 1002, 1001… Arma base – Bomba alla volata – attenzione – fuoco! …BOOM… (qui la foto) un frastuono mai sentito. Dentro, nel diaframma. Una fiammata che illumina a giorno per un istante tutto intorno. Si ripiomba nel buio. Buio nero. Solo le stelle. Nessuna ombra. Solo il buio più totale. Quello che fa paura. Quello che non conosciamo più. “Per Tiziano Chierotti!” Grida il comandante del 9° Alpini. Brividi. Il lievo brusio che c’era si interrompe di colpo. Silenzio. Molti pensieri.  “Tu che sei in linea di quota vedi perfavore se si apre il paracadute” gracchia la radio “Ti dò lo splash” risposta “Grazie”. Passano 35 secondi e nel nero orizzonte si accende un nuovo sole. Un milione e duecento mila candele di potenza. Scende piano piano. Le montagne laggiù sono illuminate a giorno. E’ sera. Dopo cena. Siamo nella fire base della Fob Tobruk. Due mortai da 120 mm hanno ruggito per due volte, in direzioni opposte. Per deterrenza e controllo si utilizzano degli illuminanti per non far scordare “ai vicini” che sono sempre sotto controllo. Mai mollare la presa. Mai abbassare la guardia. Ti astrai per qualche istante e cerchi di goderti lo “spettacolo”. Pensando che là sotto c’è qualcuno che sta lavorando in direzione apposta alla tua. Che per avere ragione di te sta probabilmente allestendo un IED che tra qualche giorno speri di scansare. L’illuminante tocca terra. In una zona desertica. “Spariamo sempre in zone vuote perchè il cestello è pesante. Per evitare danni alle cose e alle persone”. Con ancora lo stomaco che vibra per il colpo lasciamo la fire base verso la tenda. Ma prima passeremo a prendere un caffè dai ragazzi. Buona notte Italia. Buona notte Afghanistan… Insciallah. Eh già! Se Dio vorrà…

diario_afghano_alpozzi_1819 Dicembre, mattina – Siamo in attesa della conferma per il pomeriggio della partenza per una pattuglia continuativa, cioè notturna. Si prepara lo stretto necessario per stare via una notte. Con le solite difficoltà di comunicazione si cerca di avvertire i propri cari a casa che fino al giorno dopo non ci si sentirà. Per questioni di sicurezza non si possono dare tante spiegazioni. Subentra una certa incomunicabilità che non sempre a casa viene compresa. Viene percepita sempre una certa preoccupazione. I famigliari non patiscono solo la distanza, ma anche la scarsezza di informazioni circa la vita e gli impegni quaggiù che spesso vengono riassunti con un laconico “Qui tutto bene, non vi preoccupate”. La frase, con mille varianti, è sempre la medesima che senti pronunciare al telefono dai ragazzi quando chiamano casa. L’appressione non la puoi controllare. Ti distrugge. Lo sai tu, lo sanno a casa: qui ogni giorno è una scommessa. Vorresti negarlo ai tuoi cari e a te stesso, ma non puoi. Quindi il silenzio “Vi voglio bene!”. Si passa in mensa. Pranzo. Mangi. A volte la solita battuta “Mangia. Non sai quando sarà la prossima volta che potrai farlo…” Si vive così quaggiù. Di attimi. Minuto per minuto, senza fare troppi programmi. Torno in tenda. Fotocamere con batterie al massimo. Una maglia? Due? Farà freddo? Dovrò essere comodo per muovermi ma non patire le temperature. Cerco “l’oro bianco”, la carta igienica come qui non solo viene chiamata ma considerata. Per diverse ore il nostro bagno sarà la ruota di un Lince o i cingoli di un Dardo. Giubbotto anti-proiettile e elmetto. Si attende la conferma. Alcune ore sembrano non passare mai. La nostra attesa corrisponde al duro lavoro del comando per organizzare e gestire l’uscita della pattuglia. Un caffè coi ragazzi. Forse tra 1 ora partiremo.

diario_afghano_alpozzi_1919 Dicembre, pomeriggio – Si và! Non “si parte”. Anche le parole, i modi di dire cambiano. Si impara ad esprimersi diversamente, ponderando il vero significato delle parole, delle loro sfumature, dei richiami. “Si parte per le vacanze”, “si parte per una gita”. Non è uguale e soprattutto vuoi la mente sgombra, avere meno richiami possibili alla vita civile. Ti devi concentrare. Di fatto “si và”. Indosso il giubbotto anti-proiettile. Imbraccio le “mie armi”: le fotocamere. Elmetto appeso alla cinta. Guanti, cappello… non farà caldo. “Portala con te, potrebbe servirti” mi dice un ufficiale che il giorno prima, per la  pioggia, mi aveva prestato la sua giacca in gore-tex. Lui resterà in base a monitorarci e dare supporto in caso di necessità. “Grazie. Domani te la rendo quando rientreremo in base”. La carico sul mezzo dietro il mio sedile. La colonna è già pronta. I mezzi sono tutti accesi. Tutti i ragazzi sono in cerchio attorno al comandante della pattuglia che dà gli ultimi ragguagli circa il percorso e le attività che svolgeremo durante la notte. Il mezzo sul quale viaggeremo, mangeremo, dormireremo (?!) per le prossime 21 ore è un mezzo corazzato che si chiama Dardo. Lo spazio a disposizione non è dei più comodi (diremmo noi civili). Nella “stiva” siamo in quattro: io, due bersaglieri e l’interprete. Hanno rispettivamente 24,28 e 22 anni. A 24 anni io ero all’università a bighellonare tra il bar e la biblioteca a far finta di studiare e la sera la passavo tra un locale e l’altro con gli amici mantenuto da mamma e papà. Ora ne ho 10 in più e sono in Afghanistan. Non si può fare nessun tipo di paragone tra noi “fighetti” che abbiamo passato i nostri 20 anni a fare gli universitari e che aspettavamo (o meglio rimandavamo) di crescere, maturare e assumerci delle responsabilità. Bella la vita vero? Scatole di bottiglie d’acqua. Tante. Non è detto si rientri in base quando stabilito. Sacchetti con scatolette di carne, pane e brioches confezionate: la nostra cena. Mica gli aperitivi con 1000 piatti e alcolici circondato da sgallettate sui tacchi, le unghie laccate rosse e la borsetta di Louis Vitton. I ragazzi mi sorridono. Entriamo. Il portellone si chiude. Buio. Solo spioncini per guardare fuori, giusto per non perdere l’orientamento. Il cingolato parte. “Un martini bianco con ghiaccio” penso… Già…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1819 Dicembre, sera – Lo spazio non è tanto, si potrebbe dire “intimo”. Il rumore è molto: i cingoli, il motore, la torretta che costantemente gira. Si fa fatica a scambiare qualche parola. Fuori il sole sta calando, lo posso intravedere da un piccolo spioncino. Ci fermiamo per una breve sosta di controllo. Chiedo, pur sapendo di metterli in difficoltà per la questione “sicurezza”, se posso scendere a fare qualche scatto. Veloci comunicazioni radio e mi autorizzano per 2′, 120 secondi. Il portellone si abbassa.  Angelo, il ragazzo seduto alla mia sinistra imbraccia il fucile “Scendo prima io, tu aspetta” mi dice. Che scocciattore che sono, penso tra me e me, per qualche fotografia li metto in pericolo. “Ok puoi scendere” mi dice dopo aver osservato che tutto apparrisse tranquillo. “Ok, il fotografo sta scendendo ora” gracchia la radio del carro. Deserto. Sconfinato. Il nulla a perdita d’occhio. Solo sassi. Da un lato le montagne e laggiù distante, distantissimo l’orizzonte e il sole che tromonta (qui la foto). La lunga colonna della pattuglia ha lasciato solo qualche solco nella terra dura e fredda, i cingoli hanno inciso per qualche centimentro il deserto afghano, come due rotaie. Le uniche di tutta la nazione. In Afghanistan non vi è la ferrovia. Stiamo percorrendo un lungo tratto di deserto per raggiungere una zona da monitorare e mettere in sicurezza per il giorno successivo. La mattina in un villaggio poco distante un’altra pattuglia porterà legna, coperte e ciabatte per la popolazione. Ecco perchè in un missione di pace c’è la triste necessità delle armi: perchè chi vuole controllare con la forza e l’ignoranza il popolo non gradisce chi porta aiuti e cerca di far evolvere verso standard di vita migliori la popolazione. Con l’ignoranza è la povertà si ha maggior controllo sulle persone per i traffici illeciti. Ci si deve proteggere. Le armi fortunatamente nel migliore dei casi sono una deterrente, nel peggiore sono una difesa. I 120 secondi sono volati. Risalgo sul mezzo. Ripartiamo per andare a prendere posizione per la notte dove rimarremo alcune ore. La brandina col sacco a pelo della tenda ora inizia ad apparire molto comoda.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1919 Dicembre, notte – Siamo da qualche parte nel deserto nel sud dell’Afghanistan, un punto che per ritrovarlo su una mappa avrei necessità delle coordinate Gps. Resterebbe in ogni caso davvero solo un punto imprecisato in pieno deserto. Attorno a noi solo il buio della notte e sopra le stelle. Tante. Tantissime. C’è un cielo stellato mai visto e tante, tante “stelle” cadenti. Forse perchè qui più che da noi c’è davvero molta necessità che i desideri degli uomini si avverino. Abbiamo raggiunto il primo luogo di sosta. Per scendere dal mezzo indosso l’NVG – Night Vision Goggles – il visore notturno. Tutto diventa verde e luminoso. Il cielo quasi bianco. Mi domando se “qualcuno” ci stà osservando, studiando. Sicuramente. Laggiù qualcuno ci starà osservando. Oltre quelle montagne. Ma non siamo soli. Da qualche parte in un punto elevato ci sono due angeli custodi che ci sorvegliano dall’alto: i tiratori scelti. Loro mentre noi a turno dormiremo saranno svegli a garantire la nostra sicurezza. Raggiungo, scortato, uno dei mezzi. I ragazzi stanno approntando il Raven – un piccolo aereo radio comandato – che verrà lanciato per monitorare la zona dall’alto con telecamere termiche. Da un altro veicolo invece viene predisposto un radar. La sicurezza non è mai troppa. Tutto viene svolto con la massima tranquillità e normalità. Siamo apparentemente come sotto una campana protettiva. I miracoli della tecnologia. Torno al mio mezzo. Si mangia. Qualche scatoletta di carne e del pane. Al buio. Solo qualche Cyalume per illuminarci. Inizia a far freddo. Scambiamo qualche parola. Rimaniamo incantati di fronte allo spettacolo che la natura ci ha riservato questa notte. Casa è lontana. Le fidanzate, le mogli, i mariti e figli ancora di più. Proviamo a dormire. Seduti. Il rumore continuo del Dardo e della torretta che con movimenti cadenzati fa la guardia forse ci culleranno… I ragazzi si danno il turno. I secondi passano lenti. Trovare una posizione comoda pare impossibile. Attendo le primi luci dell’alba con gli occhi chiusi. In silenzio.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_2020 Dicembre, alba – Facile sopportare una lunga notte sapendo che sarà l’unica. Fredda. Lunga. Scomoda. Spossante. Il pericolo non lo dimentichi mai, ma resta lì, fa parte “del gioco”. Io non devo passare 6 mesi quaggiù, posso sopportarlo. Sarei però capace di farlo per 6 mesi? Non lo sò. Le gambe sono addormentate. Ritorno alla vita con un piccolo raggio di luce che filtra attraverso il ferro freddo. Fuori c’è nebbia. L’unico movimento che sento è quello della torretta che ha fatto la guardia tutta la notte. Incessantemente. Chiudo di nuovo gli occhi. Crollo. Il portellone si apre. La luce invade la nostra “tana”, ma soprattutto entra il calore del sole. Voglio scendere per scaldarmi. Attendo l’autorizzazione. Non posso mai scendere per primo. La luce. Il caldo. Finalmente. Il deserto sconfinato è sempre lì. Non si è mosso. A breve alcuni Lince dovrebbero passare a prendermi per scortarmi nel villaggio a pochi chilometri. Nell’attesa mi guardo attorno. Giro su me stesso più volte. Sassi, sassi e ancora sassi. In un luogo così hai diverso tempo per guardarti dentro e trovare la tua anima e comprendere quello che sei davvero. Dopo questo come puoi ancora vivere come prima a casa tua? Il mondo, la vita ti appaiono sotto un’altra prospettiva. Nuova. Perchè? Le necessità cambiano, ti trasformi. Ormai non puoi più tornare indietro. La mia scorta è in arrivo. Saluto i ragazzi. Ci diamo appuntamento alla base per il pomeriggio. Hai paura a lasciarli. Sai che tutto può succedere. Ogni sguardo, ogni stretta di mano potrebbe essere l’ultima. Non è retorica. E’ la vita dei nostri ragazzi in Afghanistan. Qui non ci sono speciali in tv, non ci sono titoli sui giornali c’è solo un duro lavoro da affrontare. Per scelta. Si è una scelta. Sono volontari. L’hanno deciso loro. Nessuno li obbliga. Per loro non è un vanto. E’ un fatto: un lavoro! Ma per i loro detrattori a volte sembra un alibi. Si, ma per se stessi che invece hanno scelto un’impiego con la possibilità di abusare della mutua, dei permessi, dei cartellini timbrati dai colleghi, degli scioperi e delle parole, tante, troppe, tipiche di chi poco fà ma tanto parla. Qui non si parla, si lavora. La mutua, i permessi, le pause caffè selvagge davanti agli sportelli con la coda non esistono. Qui il collega che ti copre le spalle ti salva la vita non ti salva da un richiamo per lo shopping fatto al mercato rionale in orario lavorativo. Domandiamoci perchè l’Esercito è l’unico ente statale che funziona…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_2120 Dicembre, mattina – A bordo di un Lince lascio i ragazzi con i quali ho condiviso l’ultima notte per congiungermi con la pattuglia che stà per effettuare il delivery nel villaggio. Verranno consegnati beni di prima necessità: coperte, legna e ciabattine. E’ un’attività delicata. Chi vuole controllare con la forza questi villaggi non gradisce la nostra intromissione poichè con la paura riesce a ricatttare il popolo. I nostri aiuti sono invece un segno tangibile dell’impegno verso l’Afghanistan affichè possa crearsi un nuovo stato. Al mio arrivo il dispositivo di sicurezza è molto alto. Diversi Lince sono posizionati a coprire i lati ciechi per scongiurare un attacco. La consegna verrà fatta dall’ANA – Afghan National Army – con la nostra collaborazione. Tutti gli uomini e i bimbi del villaggio si sono radunati e attendono trepidanti. I militari afghani stentano nel tenerli a bada perchè non si creino disordini durante la consegna. Alcuni bimbi, furbetti, riescono a rimettersi in coda più volte e a ottenere, con somma soddisfazione e risate, più consegne. Durante la distribuzione l’atmosfera vorrebbe essere rilassata ma così non è. C’è agitazione e apprensione. Tutto potrebbe accadere. Il comandante, per precauzione, ci comunica che sono in arrivo per uno “show the force” due F-15, i caccia bombardieri americani. Mostrare i muscoli serve a non doverli usare. Da lì a poco il cielo rimbomba al passaggio a bassa quota dei due velivoli americani. Ora ci si sente più tranquilli. Eventuali mali intenzionati sono stati avvertiti: “Siamo qui, vi controlliamo” questo è il messaggio. Ecco spiegato anche lo scopo di avere sempre mezzi militari tecnologicamente avanzanti e aggiornati. Il delivery procede bene. Terminata la consegna rimontiamo subito sui mezzi per tornare alla base dopo circa 20 ore passate fuori. Decine di persone e mezzi per predisporre in sicurezza la consegna di aiuti umanitari. 20 ore di presenza costante sul terriotorio fuori dalla base per aiutare il popolo afghano e poter rientrare incolumi con la gioia di sapere che stai costruendo qualcosa di buono per chi davvero ne ha la necessità. Ora ci attende in base una doccia calda. Ma prima voglio andare ad abbracciare i ragazzi che mi hanno tenuto compagnia questa notte.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_2220 Dicembre, pomeriggio – Siamo rientrati “a casa”. La base diviene presto casa, la senti come tua, come il tuo nido, quasi con l’illusione che sia un posto sicuro. Il classico focolare domestico che ti permette di “chiudere tutto il mondo fuori”. Un pò è così quaggiù. Ti costruisci una nuova dimensione, un angoletto nel quale ripararti per 6 mesi insieme ai tuoi fratelli. La notte è stata lunga, il lavoro duro. La doccia comune tra la polvere e i sassi è la cosa più bella alla quale ora tendo. La mia brandina con il sacco a pelo appare stupenda. La vaga regolarità del terreno fatto di sassi all’interno della base appare lastricato d’oro. Siamo tutti stanchi, provati. 20 ore al freddo, con piccoli sonni seduti allo stretto, mangiando scatolette di tonno e tanto tempo per parlare, condividere. Scorgi tra le parole le dobolezze di tutti noi esseri umani, dei nostri desideri, dei nostri sogni. Siamo tutti esseri umani e quaggiù probabilmente lo siamo ancora di più. Ci sono uomini e donne che compiono immensi sacrifici mettendo a rischio la loro vita. In silenzio. Lontando dai riflettori. Con grande dignità, senso del dovere e rispetto. Un gruppo di persone unite che cercano i punti di unione per andare avanti, tutti insieme. Condivisione ed unione. Le ultime ore della giornata le trascorro come nel limbo. Spossato mi metto in contatto con i miei cari in Italia per tranquillizzarli. “Siamo rientrati, tutto bene”. Certe esperienze ti entrano dentro, ti cambiano, non puoi più fare inversione di marcia. Ti si aprono gli occhi con una nuova capacità di mettere a fuoco la quotidianità. Mentre mi corico coccolato dal torpore della tenda mi viene in mente un aforisma provocatorio “Il Paradiso lo preferisco per il clima, l’Inferno per la compagnia”. Qui nell’inferno la compagnia è la migliore che potessi trovare. Ma chi ci dice che il Paradiso sia un luogo e non un gruppo di persone?

PRESTO LA CONTINUAZIONE

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Forze Armate Italiane – Missioni militari Internazionali

di Alberto Alpozzi – Fotoreporter Torino

Alpozzi_fotoreporter embeddedArt. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“.

Attualmente le Forze Armate Italiane, secondo Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono impegnate principalmente in tre teatri operativi all’estero: ISAF Afghanistan, UNIFIL Libano e KFOR Kosovo più la missione Atalanta per l’antipirateria. Di seguito una descrizione delle missioni internazionali e le interviste/reportage a Alberto Alpozzi a Quartarete Tv con Cristiano Tassinari.

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Missione ISAF – Afghanistan

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1386 del 20 dicembre 2001.

Isaf_AfghanistanL’Italia sostiene il Governo afghano nello svolgimento delle attività di sviluppo e consolidamento delle Istituzioni locali affinché lo Stato dell’Afghanistan diventi stabile e sicuro e non sia più un rifugio sicuro per il terrorismo internazionale e fornisce assistenza umanitaria alla popolazione. L’Italia è inserita in una Forza multinazionale International Security Assistance Force (ISAF) che, dal 2003, è sotto il comando della NATO.

Il Contingente italiano è schierato nelle aree delle città di Kabul ed Herat. Nell’area di Kabul è presente nello staff del Comando dell’operazione, denominato ISAF Joint Command HQ, con del personale dell’Esercito. Nell’area di Herat l’Italia detiene il Comando di un Contingente nazionale interforze presente presso il Regional Command West, che ha la responsabilità anche su quattro Provincial Reconstruction Team (PRT) che operano nella provincia di Herat. L’Italia partecipa anche alla missione di Polizia Eupol AFGHANISTAN sviluppata dall’Unione Europea che si inserisce nell’ambito dell’iniziativa di Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD).

L’Italia, inoltre, nell’ambito del NATO Training Mission – Afghanistan , è impegnata a Shindand con l’Aeronautica Militare per l’addestramento piloti e specialisti dell’aviazione afgana e ad Herat con Carabinieri e Finanzieri nell’addestramento della Polizia di frontiera, collaborando con il personale USA del Combined Security Transition Command Afghanistan (CSTC-A) per l’addestramento dell’Afghan National Civil Order Police (ANCOP).

News Afghanistan – Intervista e fotoreportage di Alberto Alpozzi


Missione UNIFIL – Libano

Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 425 del 19 marzo 1978, n. 1701 del 11 agosto 2006 e la n. 1832 del 27 agosto 2008.

Unifil_LibanoL’Italia è inserita nella Forza multinazionale denominata UNIFIL che dal 1978 opera lungo il confine tra il Libano ed Israele. Prima della crisi del luglio/agosto 2006 la Forza multinazionale di UNIFIL aveva il compito di verificare il ritiro delle truppe israeliane dal confine meridionale del Libano e assistere lo stesso Governo a ristabilire la propria autorità nell’area. Dopo la crisi del luglio/agosto 2006, ai precedenti compiti, si sono aggiunti il sostegno alle Forze Armate libanesi nel dispiegamento nel sud del Paese in parallelo al ritiro dell’Esercito israeliano, l’assistenza umanitaria e il controllo di un’area libera da personale armato compresa tra la “Blue Line” ed il fiume Litani.

Su decisione delle Nazioni Unite, dal 28 gennaio 2012, l’Italia ha assunto il comando della missione UNIFIL.

Il Comando della Forza nazionale è a Shama, con mezzi di manovra dislocati a Ma’raka e Shama. L’Italia contribuisce anche con personale di staff operante nel Quartier Generale di Unifil presso Naquoura, con un gruppo squadroni di elicotteri, una unità di cooperazione civile – militare nonché con personale dell’Arma dei Carabinieri per compiti di polizia militare.

News Lebanon – Intervista e fotoreportage di Alberto Alpozzi

Missione KFOR – Balcani, Kosovo

Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1244 del 12 giugno 1999, n. 1551 del 9 luglio 2005 e su richiesta del Presidenza della Repubblica Macedone.

Kfor_KosovoL’Italia partecipa alle missioni internazionali, sia NATO sia UE, per fornire un contributo al processo di sicurezza e stabilizzazione dell’area Balcanica fornendo personale specializzato in vari settori in particolare quello addestrativo, di consulenza, giuridico e di polizia nonché inserito presso gli staff dei Comandi delle varie missioni.

L’Italia opera in Kosovo nelle città di Dakovica e di Belo Polje, sede del Quartier Generale del Comando NATO dell’ operazione Joint Enterprise e nella città di Pristina presso il Comando della missione dell’Unione Europea Eulex Kosovo. In Macedonia opera presso il Comando della NATO presso Skopje. In Bosnia-Herzegovina è presente a Sarajevo, presso il Comando dell’Unione Europea dell’operazione Althea e della missione European Union Police Missione (EUPM) nonché presso il Quartier Generale della NATO per l’operazione Joint Enterprise e in Albania una Delegazione di Esperti opera presso la capitale Tirana.

News Kosovo – Intervista e fotoreportage di Alberto Alpozzi

Missione ATALANTA – Golfo di Aden, Somalia

Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1814,1816,1838 e 1846 adottate nel 2008.

Eunavfor_missione-atalantaATALANTA è il nome dell’operazione navale dell’Unione Europea per prevenire e reprimere gli atti di pirateria marittima lungo le coste della Somalia in sostegno alle Risoluzioni 1814,1816,1838 e 1846 adottate nel 2008 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il suo mandato consiste nel proteggere le navi mercantili che transitano da e per il Mar Rosso ed inoltre svolge attività di scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia.

Le navi dell’Unione Europea operano in una zona che comprende il Golfo di Aden, il Corno d’Africa e l’Oceano Indiano fino alle Isole Seychelles.

News Golfo di Aden – Teaser reportage di Alberto Alpozzi

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UNIFIL – Il lato umano delle missioni militari

di Alberto Alpozzi – Fotografo Torino

dall’articolo “Il lato umano delle missioni militari italiane all’estero” su L’altra Metà della divisa

blue-line-unifil_alpozzi[…]Per me vivere a contatto per diversi giorni con i nostri ragazzi e condividere in tempo reale le loro emozioni, le loro paure e i loro desideri è ciò che mi spinge ogni volta a ripartire con loro.Ogni partenza e ogni ritorno sono una costruzione e una decostruzione della nostra vita, dei nostri valori, dei nostri ideali e della nostra visione del mondo: un accrescimento morale ed umano.Tutto ciò rende il mio lavoro qualcosa di unicamente importante, non tanto per come lo faccio, ma per quello che faccio: metto in comunicazione tramite le mie foto i figli e le madri a distanza di migliaia di chilometri, documento i luoghi nei quali vivono e passano il loro tempo, li avvicino con una semplice immagine quasi potessero ancora toccarsi: il potere della fotografia […] continua a leggere

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dall’articolo “Missioni Militari: il lato umano” su Esercito Italiano Blog

avamposto israeliano lungo la Blue Line[…] Alberto Alpozzi, fotogiornalista italiano, racconta la sua esperienza nelle visite a militari in missione. “Fare migliaia di chilometri viaggiando con i nostri militari per raggiungere le varie basi nelle quali sono dislocati è già di per sé una grande esperienza umana: leghi subito con ciascuno di loro, ti vedono come un tramite tra loro e casa; la necessità di parlare e di condividere emozioni ed esperienze è sempre fortissima e tu sai quanto sia importante per loro e per i loro cari”. Come spiega Alpozzi, si tratta di un “tutti siamo italiani” e “tutti abbiamo fiducia nel nostro paese”. Una fiducia che condividiamo. Più che lo scopo informativo, difensivo o militare, esiste uno scopo umano. Quello di trasmettere calore ai militari e notizie che permettano un accostamento a casa, anche psicologico […] continua a leggere
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dall’intervista “Intervista ad Alberto Alpozzi: scatti di guerra tra Afghanistan, Kosovo e Libano” su Tagli.me

_ALP8955_fb[…] Quello che appare subito chiaro dal racconto dei suoi viaggi è che noi, qui in Italia, abbiamo una percezione decisamente sbagliata del lavoro che i militari compiono all’estero. Notizie che non raccontano la verità o non la raccontano fino in fondo, soprattutto tralasciando l’aspetto umano ed umanitario di queste missioni. Difficilmente infatti troverete sui quotidiani italiani un resoconto dettagliato della vita dei nostri ragazzi, che tra loro si chiamano “fratelli”. In questa intervista Alberto ci racconta la sua recente esperienza in Libano […] continua a leggere

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Reporter di guerra in Afghanistan

AFGHANISTAN NEWS – Perchè tornerò in Afghanistan

alberto_alpozzi_heratLa guerra da sempre è morte e distruzione, oggi ancora di più perchè il cinismo e il sensazionalismo dei media si nutrono solo di stragi e catastrofi, la notizia è la “morte” non la “vita”: la morbosità delle persone è ormai allarmante ma vi sono anche eventi che meriterebbero maggiormente la nostra attenzione: l’umanità e i sentimenti dei nostri ragazzi che si impegnano e che credono profondamente in quello che fanno anche fuori dai confini nazionali.

Non dobbiamo mai dimenticare che gli esseri umani che si trovano a vivere simili tragedie, siano essi civili: uomini, donne e bambini, oppure militari,  sono tutti prima di tutto persone come noi. Hanno dei sentimenti, delle necessità e una famiglia e nel nostro caso sono anche italiani, non conta se portano o meno un divisa, sono prima di tutto ITALIANI.

Non dobbiamo mai perdere di vista l’Uomo prima di esprimere giudizi, formulare pensieri e quindi poi giudicare. La guerra, in qualunque parte del mondo da sempre, è solo – tristemente – un fattore economico del quale ne fanno le spese le persone coinvolte a vario titolo.

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Ma nelle situazioni peggiori spesso si trovano le persone migliori. Non si deve lasciare che il pregiudizio prenda il sopravvento, come spesso avviene nel nostro paese che è ancora l’Italietta dei Comuni, che vive – sopravvive – di piccole lotte intestine correndo dietro a bandiere e ad ideali che nemmeno conosce o sà riconoscere dimostrando a volte un odio che è ben peggiore della guerra che si combatte con le bombe.

end_afghanistan_war_alpozziQualche tempo fa sono stato a Londra, vicino al Parlamento stazionavano alcune tende con persone che protestavano contro la guerra in Afghanistan con diversi cartelli. Quello che maggiormente mi ha colpito è quello che mi ha dato un grande esempio di senso civico, di patria e discernimento delle lotte ideologiche da quelli che sono prima di tutto nostri simili, nostri concittadini e nostri ragazzi.

Il cartello diceva “End Afghanistan ‘Corporate’ War – Honour Our Troops – Bring Them Home” (Fine della guerra in Afghanistan – Onore alla nostre truppe – Riportateli a casa)… In Italia invece si sentono ancora oggi cori e leggono scritte fresche sui muri “10, 100, 1000 Nassirya”. C’è davvero qualche cosa che non va in questo attengiamento, che non funziona nella nostra cultura, nel nostro amore di patria (ce l’abbiamo ancora?), ma soprattutto nell’umanità che dimostriamo verso i nostri simili: gli auguriamo la morte mentre critichiamo la guerra che è appunto morte, ce la prendiamo con ragazzi come noi solo perchè hanno deciso di portare una divisa, oppure riteniamo che debbano avere un trattamento diverso solo perchè per alcuni la divisa significa lotta ideologica (un pò anacronistico no?).

Ma di quanto odio siamo capaci in Italia? Perchè non ci fermiamo prima a guardare i volti, a conoscere le storie, le persone e le situazioni per andare a fondo di ogni vicenda per poterla comprendere affichè ci contamini e ci accresca anche se in disaccordo. Perchè basiamo le nostre convinzioni spesso sul pregiudizio? Perchè ci creiamo delle idee sul sentito dire?

alpozzi_reporter-embeddedA dicembre sono stato in Afghanistan come fotoreporter (qui una mia intervista). Oggi con la tencologia, la diversa diffusione dei media e la diversa tipologia dei conflitti il ruolo della fotografia e dell’inviato di guerra sono molto cambiati. Ci vengono subito in mente le grandi immagini in bianco e nero di Robert Capa dello sbarco in Normandia oppure le immagini a colori del Vietnam di Larry Burrow. Ai loro tempi non si usava la mail o un semplice cellulare per inviare le immagini, si spedivano i rullini alla redazione e ci andavano giorni, spesso settimane, prima che venissero pubblicate. Oggi le immagini viaggiano ormai in tempo reale con il conseguente svilimento del loro valore e della forza della comunicazione senza contare come le agenzie oramai trattano le comunicazione e il pubblico: immagini vecchie di anni (non devono così comprarne di nuove) con grossolani errori: tanto in quanti sanno la differenza tra un mezzo Lince oppure un Freccia e se i ragazzi coinvolti in un attentato erano della Folgore piuttosto che del San Marco? I media non dovrebbero fare anche cultura e migliorare le persone?

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Lo svilimento di tutto non è più soltanto dietro l’angolo, è per strada, nelle nostre strade e nei nostri mezzi di comunicazione che pare oramai facciano più disinformazione che altro: propaganda politica asservita al potere di chi paga gli stipendi; la vera guerra non è in Afghanistan è in casa nostra, ma più subdola, combattuta a suon di titoli e post sui social networdk, in maniera virale giocando sul pressapochismo dei più che si bevono qualunque cosa purchè servita comoda, gratuita e con una bella immagine (possibilimente un bel paio di tette) che attiri l’attenzione.

alpozzi_herat_afghanistanLa vita del freelance è difficile, dura e ci si scontra con realtà che non hanno più nulla a che fare con l’informazione ma con l’idea dell’informazione che si vuole fare passare, l’oggettività è raramente richiesta e poi basta un semplice taglio in una tua foto per cambiarne il significato per accompagnare un bel titolo ad effetto che sà più di offerta promozionale da discount piuttosto che di notizia.

Tornato dall’Afghanistan ho dovuto fare i conti con l’esperienza vissuta, le emozioni provate e i giudizi delle persone. Il sito web “L’altra metà della divisa” gestito dalle mogli, fidanzate e figli dei militari in missione mi ha chiesto se scrivevo per loro un breve articolo, una testimonianza e questo mi ha permesso di mettere più a fuoco un concetto Sono stato in Afghanistan, in una zona di guerra ed ho trovato la pace, vivo in Italia in una zona di pace e sono in guerra quotidiana”… si perchè qui si combatte non solo con la crisi, i giornali che non pagano (leggi qui l’articolo “Inviati di guerra, addio alle armi” con l’intervista a Barbara Schiavulli) i clienti che ti prendono per la gola affamandoti, ma ti tocca fronteggiare anche certi colleghi “scarsi” che ti attaccano stando comodamente nel loro studio a fotografare donzelle mezze nude e si sentono minacciti nel loro status quo da chi fa qualcosa di diverso, senza dimenticare gli “artisti” del bianco e nero analogico che ti suggeriscono con sprezzante superbia (e anacronismo) che scattare in pellicola è molto meglio (soprattutto per inviare quotidianamente le foto ai giornali) o semplici piccoli rivoluzionari da tastiera che fanno propaganda politica continua ruggendo da dietro i loro computer con la mela.

marò_ciro.patronelli_italia-per-afghanistanFortunatamente queste sono solo piccole parentesi che fanno ancora di più apprezzare tutte le mail e le telefonate dei parenti dei ragazzi in missione che ti ringraziano per il lavoro che svolgi, per le immagini che gli fai avere dei propri cari e soprattutto per stare vicino ai loro fidanzati e figli quando sono distanti da casa a svolgere il loro lavoro. Eh si “lavoro” perchè di questo si tratta prima di tutto: di lavoro. Si può essere pro o contro il nostro intervento militare nella missione in Afghanistan, tanto non siamo nè noi nè i militari a poterlo decidere, ma i nostri politici (e i trattati internazionali), anche di quelli che hanno fatto loro cavallo di propaganda elettorale il “ritiro delle truppe”, ma è innegabile la dedizione e la professionalità con la quale questi “dipendenti statali” (non di quelli che si imboscano o timbrano il cartellino e poi vanno a fare shooping o sono in perenne pausa caffè) svolgono gli incarichi che gli vengono assegnati. Guarda qui l’intervista a TV2000

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Ho toccato con mano, in prima persona, facendo migliaia di chilometri insieme a loro per arrivare a Herat, anche io con una famiglia che attendeva il mio ritorno (e una mamma che avrebbe preferito fossi rimasto a casa), per poter documentare la loro vita al fronte, in situazioni al limite del sopportabile umano, i sacrifici che compiono quotidianamente e il grande rispetto che hanno per tutti e l’affetto che danno ed hanno necessità di comunicare: in Afghanistan ho trovato la parte migliore dell’Italia.

Solo oggi mi sono sentito con un amico, Renzo, uno dei tanti militari conosciuti ad Herat e coi quali ho condiviso delle esperienze umane uniche, al quale ho comunicato che presto sarò nuovamente in partenza, queste le sue parole: mi raccomando quando sarai là, ricorda ai nostri fratelli laggiù che siamo con loro e che ne siamo fieri ed orgogliosi per come si stanno muovendo in quei teatri, di loro che non mollino mai anche se sentono di essere sfiniti che pensino con coraggio che il loro impegno è quello di tutto il Paese…Riguardati e sii prudente mi raccomando…” Fratelli… fratelli! Si i legami che si stringono in certe situazioni sono unici e forti più di qualunque esplosione, di qualunque attentanto al quale si va quotidiamente in contro mentre magari si sta scortando un convoglio di aiuti umanitari in un villaggio.

Sono queste le parole e le emozioni che ti restano, i rapporti e la complicità che si vengono a creare quando vivi costantemente a contatto con qualcuno che ti protegge e fa di tutto per rendere il tuo lavoro – fare foto nel mio caso – il più facile e sicuro possibile mentre ti scortano ad un chek-point o mentre li segui durante una pattuglia pregando insieme a loro che non succeda l’irraparabile.

In Afghanistan ho trovato dei veri amici, affetto e rispetto che difficilmente si trovano ancora da altre parti e tutto questo me lo hanno dato e me lo comunicano quotidianamente gli Italiani che ho incontrato ad Herat, per questo mio nuovo ritorno in Afghanistan o altri teatri operativi: per loro, per le loro famiglie e per tutti quegli italiani che ancora non sanno, non vogliono vedere e capire che prima di tutto l’onore e l’unicità dei nostri ragazzi va al di là di qualunque questione politica e della guerra.

Aggiornamento 25 Maggio 2012

Posto qui di seguito la mail inviatemi da Renzo dopo aver letto il mio articolo:

Ti sono grato per aver citato nel tuo nuovo articolo le mie parole e non ti nascondo l’emozione che ciò mi ha dato,ma ancor di più devo dire che ancora una volta hai espresso ciò che nei miei pensieri è sempre stato un motivo trainante a continuare nel mestiere che ho scelto tanti anni fà,e che oggi voltando lo sguardo al passato ha condizionato chi con me ha scelto di condividere la sua vita stando al mio fianco,subendo le mie paure ogni volta quando nel cuore della notte mi sveglio con incubi allucinanti,oppure quando la rabbia di vedere scene di ragazzotti che senza sapere di ciò che parlano inneggiano a epocali rivolte a dx o sx che sia pur di far casino.Senza peraltro capire che se usassero la loro sapienza per colmare quei vuoti che ogni generazione lascia in eredità alla successiva,forse tutti uniti saremmo finalmente una Nazione fiera di esserlo anche in tempi e luoghi di Pace,e non solo quando dei fratelli vengono uccisi da un nemico con esplosioni varie…..Ti ringrazio ancora e rinnovo l’augurio di un soldato.di un amico,di un “fratello”,ad un altro che come strumento utilizza la macchina fotografica anzichè un fucile,ma non è meno importante (anzi).

Posto qui di seguito la mail inviatemi su Facebok dal padre di un militare:

Sono il papà del colonnello Cipriano, chiedo la tua amicizia (scusa per il tu) ci tenevo a ringraziarti per tutto quello che fai per i nostri ragazzi. Volevo informarti che quando hanno pubblicato l’intervista che hai fatto ad Alfonso, io a Torino sono riuscito a ritirare e distribuire ad amici e parenti 30 riviste di “Però Torino”. Tantissimi saluti ed “in bocca al lupo!” per il tuo prossimo viaggio. […] Ti ringrazio tanto, l’intervista mi è tanto piaciuta solo che non sempre riesco a leggerla tutta perchè mi commuovo troppo, ho 75 anni.

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Reportage – Un fotoreporter torinese in Afghanistan

afghansitan_herat_alpozziAFGHANISTAN NEWS

dall’articolo “Un fotoreporter torinese in Afghanistan” di Graziella Porro

Natale per noi ormai è andato,dopo la befana anche gli ultimi addobbi sono stati rimossi e le festività sono ormai un ricordo lontano,sembra passata un’eternità da un Natale definito il più triste degli ultimi anni per via della crisi. Pochi acquisti,pochi regali,poche cene fra amici e soprattutto pochi cenoni di Capodanno,i comuni hanno risparmiato anche sui botti con la scusa della sicurezza,e i morti e i feriti ci son stati lo stesso e tutti si sono lamentati. Eppure c’è chi avrebbe fatto carte false per poter passare le feste vicino alla famiglia seppur in modo  così minimale. Sono i militari italiani in Afghanistan che il fotoreporter Alberto Alpozzi giovane torinese e avventuroso professionista ha incontrato durante il suo viaggio di Natale in zone dove normalmente non si va per svernare.

<Uno dei ricordi più dolci e tristi allo stesso tempo che mi rimane – dice Alpozzi – è quello di un giovane tenente che stava addobbando un albero insieme ad una soldatessa,a cui ho chiesto di fare uno scatto natalizio. Non ha voluto il giovane militare e con uno sguardo tristissimo mi ha detto “sa non vorrei che mia moglie vedesse per caso questa foto e si rattristasse perchè non sono a casa a fare l’albero con lei>.

Storie che sembrano tratte da un film romantico e strappalacrime e che di lacrime sicuramente ne portano tante con se, figli,fratelli,mariti,padri che non hanno potuto passare neppure un minuto con la famiglia perchè sono così lontani per una missione di pace che, si hanno scelto loro,pagati profumatamente come dicono gli italiani più drastici,ma che potrebbe anche non dar loro la possibilità di tornare,pensano i piu’ teneri fra coloro che continuano a giudicare questa missione davanti alla tv e senza conoscenza.

<Sono pagati molto? – risponde Alpozzi con un tono piuttosto infastidito – perchè invece di giudicare col solito cervello imbottito dai media non proviamo per un attimo soltanto a ragionare su quanto potrebbe guadagnare una persona inviata all’estero da una grande azienda,a quanto mi risulta prenderebbe due stipendi,uno in patria e uno in loco,lavorerebbe otto ore massimo 10 al giorno e avrebbe a disposizione un appartamento o una comoda stanza d’hotel  e farebbe sicuramente una vita decorosa e magari anche divertente,quale cifra puo’ pagare 15/20 ore consecutive di lavoro lontano da casa,in situazioni pericolose e disagiate col rischio di non vedere mai piu’ la propria famiglia?>.

Il giovane reporter sembra infastidito da queste illazioni che spesso si sentono sulla nostra missione di pace e racconta di aver trovato là una parte d’Italia che qui non esiste più,forti legami d’amicizia,grande senso di squadra e massima solidarietà,serietà e impegno e nel cuore solo la famiglia.

<Molti sono giovanissimi e qualcuno ha già figli di pochi mesi che non sta vedendo crescere se non su Facebook.>.

Quale è la sensazione più forte che ha avvertito arrivato sul posto?

L’amicizia fra loro,un legame molto forte,un sentimento che non vedevo sotto quella luce da tempo.Anche verso di me,quei ragazzi dopo poco tempo che stavo con loro mi sembrava di averli sempre conosciuti,molto di più di certi amici che conosco da anni.Anche ora che sono tornato il legame con loro non si è affievolito come succede quando passi tempo con gente che ti piace e poi ti riprometti di rincontrare ma non mantieni  e ti nascondi dietro scuse di mancanza di tempo o altro.Noi ci sentiamo su facebook o su altri social network e chiacchieriamo di tutto e di niente,è davvero straordinario.>

E la sensazione più negativa?

Sapere che dentro di loro soffrono soprattutto per la lontananza da casa,ho la sensazione che loro sappiano quanto valgono i rapporti umani molto più di molti di noi che avendoli a portata di mano li diamo per scontati.>

Pensa che abbiano paura? l’ha avvertita?

>Sono Soldati addestrati ma sono anche esseri umani.>

Che cos’è che l’ha stupita di più?

la differenza fra i rapporti gerarchici che c’è rispetto all’ambiente di una normale caserma.Un colonnello mi ha risposto..”Vede noi siamo quì per lavorare,tutti,e le stellette contano fino ad un certo punto.Se devo dare una mano a scaricare un camion il mio grado non conta,lo faccio anche io come gli altri.>

<Io non ho fatto il militare – continua Alpozzi – ma penso che sia davvvero una cosa molto importante questa.>

Si sentono eroi?

<No non ci sono eroi,ma solo ragazzi,uomini normali che hanno fatto una scelta perchè ci credono e la portano avanti con professionalità e senso del dovere.>

Ha mai avuto paura durante il suo viaggio?

<No,mai e credo che questa sensazione di tranquillità,nonostante il luogo dove mi trovavo, la devo a loro.>

Come hanno preso a casa sua l’idea di partire?

<Sorvolo sulle preoccupazioni di mia madre ma è una mamma quindi tutto regolare,la mia compagna non ha mai detto apertamente come la pensava ma era felice per me sapendo quanto fosse importante per me ciò che andavo a fare.>

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