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Antipirateria: Missione Atalanta

NEWS E AGGIORNAMENTI DA NAVE ZEFFIRO

Missione Atalanta per l’antipirateria Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1814, 1816, 1838 e 1846 adottate nel 2008

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Missione antipirateria Atalanta. Golfo di Aden al largo delle coste della Somalia

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

antipirateria_zeffiro (1)[…] Con circa 230 tra uomini e donne a bordo la fregata Zeffiro della Marina Militare perlustra notte e giorno le acque attorno al Corno d’Africa. Qui vi transitano circa l’85% dei traffici marittimi mondiali, centinaia di navi commerciali al giorno dirette verso e da il Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Un bacino di appetibili prede dei pirati che dalle coste somale attaccano i mercantili per fare ostaggi, non più per le merci, ma per chiedere all’armatore il riscatto per l’equipaggio. Un mercato fiorente contrastato dalla missione Atalanta della Comunità Europea che attualmente vede impegnata oltre che la Marina Militare anche Norvegia, Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Svezia unitamente alla missione Ocean Shield della Nato più diverse nazioni indipendenti che vi operano come Corea, India, Giappone e Russia. […] CONTINUA A LEGGERE

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Primo Friendly Approach per Nave Zeffiro nel golfo di Aden

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

friendly approach (7)[…] La Missione Europea Antipirateria Atalanta nel golfo di Aden, di fronte alle coste della Somalia, avendo per la maggior parte interdetto le azioni dei pirati è entrata ormai nella seconda fase per il mantenimento della sicurezza nell’area e per la tutela dei mercantili internazionali che qui vi transitano quotidianamente.Attualmente operante in questa zona dal mese di giugno vi è la fregata Zeffiro della Marina Militare, tra le sue capacità vi è il Friendly Approach cioè l’avvicinamento di un’imbarcazione da parte dell’unità navale per prendere contatti, manifestare la propria presenza e al contempo verificare l’eventuale presenza di minacce. Dapprima via radio la plancia della Zeffiro contatta il comandante dell’imbarcazione per l’autorizzazione all’approccio, segno già tangibile di fiducia e collaborazione una volta concesso. Ad autorizzazione avvenuta la nave assume l’assetto di Force Protection, attraverso il dispiegamento di armamenti per autoprotezione. […] CONTINUA A LEGGERE

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Il Commodoro portoghese incontra l’equipaggio di Zeffiro

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

ctf (6)[…] il Comandante della Task Force 465, Commodoro Jorge Novo Palma, ha fatto visita all’Equipaggio di Nave Zeffiro che incrociava nel Golfo di Aden a nord delle coste della Somalia. Dalla fregata portoghese Alvares Cabral, unità di bandiera nonchè nave sede di comando della missione Atalanta, è giunto a bordo della nave italiana, dove una volta accolto dal Comandante Capitano di Fregata Roberto Micelli ha avuto un informale scambio di battute con gli Ufficiali circa la missione e l’impegno nello svolgere le operazioni assegnate unitamente alle unità delle altre nazioni impegnate. E’ seguita una visita dello Zeffiro durante la quale i team specialistici imbarcati, il GOS “Gruppo Operativo Subacquei” e il team RSM Reggimento “San Marco”, hanno presentato al Force Commander nell’ambito di una esposizione statica le loro capacità operative nel contrasto alla pirateria. […] CONTINUA A LEGGERE

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Pirateria nel Golfo di Aden. Il contrasto di Brigata Marina San Marco

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

barbettone_fb[…] Da oramai più di un anno quando si parla di San Marco si associano subito i volti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone i due italiani detenuti in India per questioni ancora da dirimere e soprattutto poco chiare. I due Marò svolgevano a bordo della petroliera “Enrica Lexie” il delicato compito di protezione della nave da attacchi di pirati, compito simile a quello attualmente svolto dai loro colleghi  del 2° Reggimento 2ª Compagnia delle Operazioni Navali imbarcati su nave Zeffiro operante nel golfo di Aden all’interno della missione europa Atalanta per l’antipirateria. Il team boarding del San Marco operante sulle navi è composto da 8 operatori, ma nel caso della missione Atalanta il numero sale a 10 con l’aggiunta di un fuciliere di marina abilitato al tiro di precisione e il suo spotter. […] CONTINUA A LEGGERE

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Golfo di Aden, Somalia. Intelligence Surveillance and Reconnaice (ISR)

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

_AFG7953[…] Obiettivo principale della  missione europea Atalanta per l’antipirateria, unitamente a quella Nato Ocean Shield, è l’acquisizione di elementi informativi sulla localizzazione di eventuali “Pirates Action Group” (PAG). Elementi essenziali per contrastare la pirateria nel Golfo di Aden acquisiti con successo se consideriamo che è ormai più di un anno che non si verificano sequestri di navi. Per l’acquisizione dei “target” vengono impiegati gli elicotteri della Marina Militare imbarcati sulla fregata Zeffiro, tramite gli strumenti ISR “Intelligence Surveillance and Reconnaice” atti all’acquisizione di video e fotorilievi. Intelligence: vengono studiate le immagini precedenti per osservare se nelle zone in oggetto vi sono stati accentramenti o svuotamenti di risorse utili alla pirateria; Sorveglianza: si monitorano i movimenti di barchini e delle mothership; Ricognizione: vengono effettuate verifiche dirette sul luogo. Seguendo la costa nord della Somalia le operazioni di volo monitorano i villaggi nei pressi della città di Boosaaso, città che tra il 2007 e il 2009 fu il fulcro della pirateria nel golfo di Aden. […] CONTINUA A LEGGERE

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Operazione Atalanta. Le attività del Gruppo Operativo Subacqueo (GOS)

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

gos (4)[…] L’ultimo grave caso registrato di attacco ai danni di navi militari risale al tragico evento del 2000 che colpì la USS Cole causando la morte di 17 uomini e il ferimento di 47 durante la guerra in Iraq.Questi sono rari ma possibili casi che devono essere sempre tenuti in considerazione e scongiurati durante la navigazione in missioni operative. Nel caso della missione Atalanta per l’antipirateria le navi della Marina Militare, come attualmente lo Zeffiro impiegato nel golfo di Aden a nord delle coste della Somalia, imbarcano un team composto da 3 uomini di Palombari della Marina Militare in servizio presso Comsubin “Comando Subacquei ed Incursori” di La Spezia per la ricerca, l’identificazione e l’inutilizzazione di ordigni esplosivi. Il team Gos “Gruppo Operativo Subacqueo” è impiegato come team EOD “Explosive Ordenance Disposal” e IEDD “Improvised Explosive Device Disposal” […] CONTINUA A LEGGERE

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Gibuti. Sosta strategica

di Alberto Alpozzi per Rassegna Stampa Militare

zeffiro_gibuti (5)[…] Dopo 15 giorni di navigazione, 312 ore di moto e 1823 miglia percorse, lo Zeffiro questa mattina ha attraccato al porto di Gibuti per una sosta strategica schedulata come da programma, anche se soggetto a possibili variazioni per esigenze operative, della missione Atalanta. L’ultimo scalo fu fatto a Salallah in Oman quando la nave proveniva già da Gibuti, che è un centro nevralgico per l’antipirateria dove sono presenti diversi distaccamenti delle nazioni impegnate nella missione e dove gli Ufficiali possono incontrarsi per la raccolta e lo scambio di informazioni. Precedentemente al canale di Suez vi fu una sola sosta a Souda, in Grecia, per un corso di antipirateria, in aggiunta a quello già effettuata in Italia, che ha compreso degli incontri teorici per gli Ufficiali di Zeffiro ed infine due esercitazioni per l’intero Equipaggio. […] CONTINUA A LEGGERE


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Bala Boluk, Afghanistan: Intervento medico per ferite d’arma da fuoco

16 Dicembre 2012 – News Afghanistan di Alberto Alpozzi Fotogiornalista

Bala Boluk – Afghanistan, 16 Dicembre. Quotidianamente si esce in pattuglia. Le sorprese, purtroppo, non mancano mai. Mantenere in sicurezza le strade è compito arduo e ogni elemento va analizzato attentamente. Auto, moto, persone tutto potrebbe costituire una minaccia che si potrebbe tramutare in tragedia per i nostri ragazzi e per la polizia afghana con la quale si collabora. Un’auto che a folle velocità, zigzagando, si dirige verso la tua posizione non presagisce nulla di buono.

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La pattuglia italiana è appiedata in appoggio ad un check-point della polizia afghana nei pressi del piccolo centro medico di Bala Boluk. Scende di un corsa un anziano, con un ragazzo al suo fianco. In pochi attimi, non appena si è compreso che non si tratta di una minaccia, si apprende che il ragazzo ha tentato il suicidio ingerendo del diserbante chimico.

Interviene subito la nostra pattuglia per portarlo all’infermeria all’interno della base… CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO SU RASSEGNA STAMPA MILITARE cliccando qui

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DIARIO AFGHANO

News Afghanistan – Reporter in Afghanistan

di Alberto Alpozzi – Fotoreporter embedded

Un breve diario per raccontare i giorni trascorsi in Afghanistan: pensieri e foto estemporanee per raccontare la vita in missione in Afghansitan con i nostri ragazzi, i militari italiani. Le giornate passate con loro, le loro emozioni, i desideri e le paure.

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Non un’analisi sulla missione militare in Afghanistan: quella sarebbe politica, diplomazia, strategia ed economia; non 11 Settembre, Bin Laden o la cosidetta guerra al terrore portata avanti dagli Stati Uniti, non le scelte internazionali che hanno portato diverse nazioni facenti parte dell’Onu ad intervenire militarmente, quelli sono temi sui quali ciascuno di noi può avere una personale opinione. Io racconto di italiani che lavorano all’estero.

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Art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“.

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In Afghansitan c’è un cielo stellato mai visto e tante, tante “stelle” cadenti. Forse perchè lì più che da noi c’è davvero molta necessità che i desideri degli uomini si avverino.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_108 Dicembre, mattina – Destinazione Afghanistan, Rc-West, Camp Arena. Di nuovo come lo scorso anno in questo periodo. Dicembre. Si parte. Si prepara la sacca, con attenzione e precisione per non scordare nulla. Non è come preparare la valigia per le vacanze. Forse non è neppure una valigia quella che stai preparando. E’ un pezzo di te, delle tua vita, che devi portarti dietro. Non devi dimenticare quelle piccole cose che ti rappresentano, che ti danno un’identità. Quando parti per certi viaggi è come mettere la tua vita in stand-by. Inizi a fluttuare in una dimensione fuori dal tempo e soprattutto dallo spazio della quotidianità…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_208 Dicembre, sera – Fotografare, documentare, interpretare, testimoniare. Essere gli occhi e il cuore di tutti coloro che non possono vedere e toccare con mano certe realtà. Non è facile mettere in una immagine tutte le nostre emozioni, le nostre paure, i nostri desideri. Una, due, mille fotocamere non sono nulla se dentro di noi non abbiamo qualcosa da comunicare. Si prepara la sacca con l’attrezzatura, con i propri strumenti del mestiere che ti seguiranno anche in zone di crisi, in paesi nei quali alcuni credono che sarebbe meglio avere con sè un’arma piuttosto che una fotocamera… Ma la fotografia spesso fa più paura che un fucile. Se punti un arma a qualcuno in Afghanistan è molto facile che faccia altrettanto, ma se gli punti contro una fotocamera non “ha armi per risponderti”.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_309 Dicembre, mattina – In attesa del treno alla stazione si fanno un sacco di pensieri. Non è il treno dei desideri. Non è il treno dei sogni che ti porta via dalla quotidianità dalla quale costantemente vogliamo evadere. E’ il treno che ti palesa quanto la nostra quotidianità sia fatta da tutte quelle cose date ormai per scontate ma che fanno parte di noi, volenti o nolenti, nel bene o nel male. Di quella quotidianità che ti verrà a mancare. Di tutti i sacrifici ai quali andrai incontro. Non è una partenza. E’ un distacco. Una cesura. Fai i conti con quello che sei veramente, con quello che temporaneamente stai abbandonando e con quello che veramente ti racconta il nostro mondo fatto da innumerevoli capricci.

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09 Dicembre, sera – Torino-Roma. Roma, aeroporto militare di Pratica di Mare. Briefing e chek-in. Controllo dei bagagli e raggi X all’attrezzattura. Si attende l’imbarco insieme ai ragazzi che stanno rientrando dopo la licenza a metà missione. Si chiacchera. Si scambiano considerazioni. Ognuno ha la propria storia, molti sono ragazzi più giovani di me, alla loro terza o quarta missione. I loro occhi parlano più di mille parole di fronte alle solite domande di rito: hai famiglia? figli? quando rientrerai? laggiù com’è ora la situazione? Lungo la strada dall’Eur all’aeroporto abbiamo costeggiato un centro commerciale: tutto illuminato e decorato per Natale. E’ stata una scena surreale che fino al giorno prima invece era non solo la normalità, una banalità. Certi viaggi ti fanno scontrare con i tuoi stessi pensieri: che significato ha tutto ciò in un luogo dove il tempo e lo spazio sono alterati? Laggiù tutti i giorni è lunedì. Lunedì fra la sabbia e i pericoli.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_509 Dicembre, partenza – Notte. Imbarco. Buio. 4500 km in linea d’aria. Circa 10 ore di volo. L’aereo rulla sulla pista e si stacca. Destinazione Herat, Rc-West. Si viaggerà tutta la notte. Atterreremo con tre ore e mezzo di fuso orario. Si viaggia in silenzio. Per distrarsi c’è chi ascolta musica, chi guarda un film, chi legge. Solo la scorsa settimana ero in volo verso Madrid. Non è proprio il medesimo viaggio. Un giro in cabina di pilotaggio. Stiamo viaggiando circa a 800 km/h ad una altezza di 11.000 m. Siamo sopra a Il Cairo. Sembra di guardare un mappa mondo. Silenzio. Il vettore viaggia incurante di tutto quello che ora sta accadendo là sotto…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_610 Dicembre, mattina – Trasferimento terminato. Il portellone dell’aereo si apre. La cabina viene invasa da una fortissima luce. Esci e vieni colpito da un Sole abbacinante. Herat. Siamo arrivati. Si sbarca. Rombi di aerei, elicotteri in movimento e solo mimetiche. Un mondo non solo distante chilomentricamente ma distante da tutta la nostra quotidianità; quella quotidianità attraverso la quale, molti, troppi, giudicano e sentenziano. L’impatto è notevole, non come quello dello scorso anno, la mia prima volta in Afghanistan, ma pur sempre un qualcosa di difficilmente descrivibile non per quello che stai vivendo in quel preciso istante ma per i presupposti di quello che, con tutte le incognite del caso, andrai a scoprire nei giorni a seguire.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_710 Dicembre, pomeriggio – Press Room. Documenti e accrediti. Consegna delle chiavi per l’alloggiamento. Stesso Corimec, il “Julia”,  dello scorso anno . Stesso odore dello scorso anno. E’ sicuro sono in Afghanistan. Di nuovo. Gran voglia di iniziare. Di documentare, di incontrare i nuovi ragazzi e soprattutto vedere i cambiamenti avvenuti nell’ultimo anno. Prima di affrontare le uscite, che saranno domani, ci si immerge il primo e doveroso briefing sulle IED… ti passa la voglia di uscire dalla base. Ma poi passa. La giornata volge al termine, scende il Sole, sale il freddo che ti pervade e osservi il più bel cielo stellato di sempre complici l’oscuramento della base e l’aria pura. Una stella cadente… voi che desiderio avete?

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_811 Dicembre, mattina – La mattina quando sei a casa ti alzi, ti stiracchi e scegli con quali abiti colpire i tuoi colleghi, i tuoi amici e tutti quanti guarderanno le griffe che giganteggiano sui tuoi indumenti. Così almeno vale per molti. Stamane mi sono alzato. Ho indossato ciò che di più comodo e resistente posso avere e poi mi sono infilato, non per colpire, ma per evitare di essere colpito, un bel GAP – Giubbotto Anti Proiettile – e un elmetto in kevlar. Si esce. Eh già, qui la “vita” è così. Il limite di sicurezza è molto diverso dal nostro. L’Afghanistan è sicuro? Di solito rispondo: Leggi sul sito della Farnesina, oppure vacci. Certe realtà vanno conosciute, toccate con mano. Oggi inaugurazione di alcuni appartamenti per un centro di ad opera del PRT.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_911 Dicembre, pomeriggio – Per uscire dalla base con direzione Herat si sale su fruoristrada bianchi, non su mezzi dichiaratemente militari, per avere un basso profilo, minor impatto. Siamo scortati dai ragazzi del San Marco. Un pensiero va subito ai due Marò ancora in India. Giubbotto antiproiettile indossato, fotocamere al collo e si imbocca la Highway One, fortunatamente asfaltata, in direzione Herat. Traffico: molte moto, le Zarang, sfrecciano dappertutto. Polvere, gran via vai di persone: donne, bambini e anziani che stazionano ai cigli delle strade o che attraversano improvvisamente. Nuove e vecchie costruzioni, c’è molto fermento. La città sta cambiando. Molti ragazzi giocano a pallone negli spiazi vuoti. L’anno scorso non giocavano. La vita sta cambiando. Per la strada agli incroci e negli spartitraffico molti uomini dell’ANA – Afghan National Army – molta polizia, stanno ripredendo “possesso” della loro città. Ti guardano passare. Il mio vetro non è oscurato. Non ci sono filtri. L’anno scorso quasi li spiavo da dietro il vetro scuro. Questa volta li osservo. Mi guardano interrogativi, qualche scatto, temo di essere invadente. Dopo la visita ai progetti seguiti dal PRT, saliamo verso la “residenza estiva” del Governatorei di Herat. Vista superlativa sulla città. Ai piedi della collina un parco giochi. Una vecchai ruota panoramica di ferro rossa, gialla e blu gira. Vuota. Appena scendiamo dai mezzi sbucano da ogni dove un sacco di ragazzini con una bilancia. La vogliono vendere? No. Ti offrono di pesarti. I ragazzi della nostra scorta, a turno, si pesano tutti. Armi comprese. Qualche euro fa brillare gli occhi dei ragazzani. Altri dai mezzi prendono confezioni di dolci e succhi di frutta. Basta poco a risolvere la giornata. Si riparte. Ognuno proseguirà la propria vita. Io con la mia fotocamera. La scorta con la missione. I ragazzini con le bilance…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1012 Dicembre, mattina – Cielo grigio. Freddo. Probabile pioggia. Male. Dobbiamo volare verso sud. Oggi vi sarà la Trasition. Il passaggio di consegna tra l’Isaf e l’esercito afghano. Cioè la raggiunta maturità e professionalità da parte delle forze armate dei nostri alleati afghani per proseguire da soli. Future is in your hand – dirà durante la conferenza della transition il Generale Dario Ranieri. L’elicottero mette in moto i motori. Doppia elica. Il CH-47 da trasporto dell’Esercito Italiano. Una ventata fortissima di aria calda ci investe. Non puoi tenere gli occhi aperti. In fila indiana ci imbarchiamo dal portellone posteriore. Passiamo a fianco del mitragliere di coda. Prendiamo posto sulle panche di tela. Ci allaciamo la cintura mentre i ragazzi dei portelloni anteriori, uno a destra e uno a sinistra, caricano le mitragliatrici. Con un leggero sobbalzo ci stacchiamo da terra. Poca luce. Molta aria. Sono in una buona posizione per scrutare il paesaggio. Attendo uno sprazzo di luce. Pianura. Deserto. Qualche rilievo. Marte.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1112 Dicembre, pomeriggio – Si scende di quota. Sorvoliamo la base. E’ diversa. Lo avverti e lo vedi subito. Il cordone di sicurezza è innalzato. Tocchiamo terra. Si scende di corsa nella polvere. Davanti a noi in attesa la colonna di Lince. Mi giro per fare due scatti al CH ma si stà già alzando in volo. Si sale sui mezzi. Faccio un balzo indietro di anno. La mia prima pattuglia. Era il 25 Dicembre. Natale coi Fucilieri dell’Aria: E’ la prima volta in Afghanistan? – mi chiese il Capo Macchina – Si… – risposi mentre mi allacciavo l’elmetto – Si vede dagli occhi – e mi chiuse la porta blindata laterale. Ora sono nel sud, un anno dopo. La provincia di Farah è in fase di transizione. La base passerà dall’Esercito Italiano all’Esercito Afghano. Le cose stanno cambiando. L’evoluzione è in atto. Oggi la cerimonia ufficiale. Tutta in Dahri. Anche questa è un’esperienza. Il Generale Ranieri interviene: “Future is in your hands”. Già è così. Ma anche quello dei nostri ragazzi che saranno qui fino al 2014, il loro futuro è nelle mani degli afghani. Il pensiero corre subito a Tiziano Chierotti. La cerimonia termina.

375409_4289371867480_179310776_n13-14 Dicembre – Il tempo in base trascorre con ritmi e tempistiche diverse. Il lavoro è costante, non si ferma mai. Tutto funziona come gli ingranaggi di una macchina perfetta. Ciascuno ha il suo ruolo strettamente collegato e dipendente a quello dell’altro. Tutti sono necessari agli altri, tutti sono indispensabile al mantinemento della sicurezza e alla gestione della base con tutte le attività che ne conseguono. Le attività “cinetiche”, quelle operative esterne alla base, funzionano solo se all’interno della base tutto è organizzato: la mensa, i servizi igienici, l’infermeria e perchè no, anche una piccola festa la sera per svagarsi. La base di Camp Arena, è una piccola città indipendente. Si attende, a volte con impazienza, la conferma del volo per Bala Boluk, a sud nella provincia di Farah, l’ultimo avamposto italiano. Presto ci trasferiremo a vivere, convivere, con i ragazzi impegnati laggiù. In una zona difficoltosa che presto sarà totalmente gestita dall’ANA “Afghan National Army”, l’esercito afghano che abbiamo negli anni addestrato per poter essere indipendente e in grado di gestire con i propri mezzi e risorse il propio paese.

61401_4302036704093_1143476334_n15 Dicembre, mattina – Confermata la partenza per Bala Boluk, le condizioni meteo sono favorevoli. Partiamo presto in mattina subito dopo l’atteso arrivo del Ministro della Difesa Di Paola che in viaggio verso l’India per trattare il rilascio dei nostri due Marò, trattenuti da 10 mesi, ha fatto una piccola deviazione in Afghanistan per venire a trovare i nostri ragazzi qui impegnati duramente. Camp Arena attende il suo arrivo. Fervono i preparativi per accoglierlo. Veloce briefing anche per il Ministro: vengono presentati i progressi degli ultimi mesi e le attività svolte in vista del 2014, anno del rientro definitivo delle truppe Isaf. Siamo vicini al Natale, viene presentata anche la bella iniziativa “Buon Natale Soldato” messa in campo dall’associazione “L’altra metà della divisa”. Torniamo alle nostre stanze. Recuperiamo il nostro piccolo bagaglio per il trasferimento nella Fob di Bala Boluk: sacco a pelo e il minimo indispensabile per viaggiare leggeri. I CH-47 ci attendono in aeroporto. Eliche in moto, testa in basso si corre verso il portellone aperto per partire. Il Ministro parte con noi. Poco meno di un’ora di volo e saremo in un altro mondo, un’altra realtà… distanti da Camp Arena.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1215 Dicembre, pomeriggio – L’Afghanistan dall’alto ti toglie sempre il fiato. Il deserto di roccia pare infinito. Passiamo in una stretta gola tra le montagne. Quasi ti sembra ti poter toccare le pareti di roccia gialla. Gli elicotteri si abbassano, quasi a sfiorare il terreno. Inizia il volo tattico. Vedi scorrere velocemente i pochi campi e le abitazioni. Passiamo sopra un fiume. L’elicottero si impenna, gira su stesso e appoggia il carrello a terra. Si scende di corsa. Sopra la nostra testa volteggiano le “zanzare”, gli elicotteri d’attacco Mangusta come in gergo alcuni li chiamano. Fanno sicurezza al luogo d’atterraggio mentre sbarchiamo. Ma ben presto scopriremo che un colpo di mortaio sparato da 4-5 km può tragicamente colpire la base. Il Ministro Di Paola scende con noi e viene accolto dai vari Comandanti e dai reparti schierati (clicca qui per il reportage della visita). Siamo nella Fob Tobruk, Bala Boluk, provincia di Farah, Afghanistan. Migliaia di chilometri dall’Italia. Anni luce dalla nostra incantata quotidianità. Benvenuti nell’ultimo avamposto italiano in Afghanistan. 180 Ragazzi! “When ever you are – Here you are a familyrecita un cartello in inglese e arabo.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1315 Dicembre, sera – Il Ministro della Difesa riparte alla volta dell’India per andare a dirimere la questione dei nostri due Marò. Qui a Bala ha incontrato i Leoni del San Marco, ha stretto mani, qualche carezza sul volto di alcuni e qualche lacrima di commozione parlando con i ragazzi dei loro fratelli. La base ritorna ai ritmi naturali, la parola normale qui perde subito di significato. Il comandante della base ci accoglie e ci fa accompagnare alla nostra tenda. Ci dicono di attendere ad occuparla che è ancora fredda. Nel mentre ci fanno vedere dove sono i servizi igienici e le docce. Due containers separati. Per raggiungerli passi nella polvere, al freddo e sui sassi. Le comodità te le scordi. Devi crearti il tuo piccolo spazio e far tua una vita… disagiata. “Questo posto lo odi, ma quando torni a casa ti manca il tuo angoletto”. Questo ci dicono. Facciamo il giro della base, per orientarci. Tutti si fermano a salutarti, si presentano e ti invitano a prendere il caffè. Non c’è il bar. Ognuno da casa si è portato una moka e un fornelletto. Non è solo un rito, è un lusso! Presto avremo il nostro appuntamento serale per il caffè. “Ci vediamo alle 21.30 da noi per il caffè allora! A dopo, vi aspettiamo” Che bello essere accolti in questo modo. Stima, rispetto, affetto e comprensione… “In tenda abbiamo freddo…” diciamo. Tempo pochi minuti arrivano zaini con sacchi a pelo e coperte! Senza parole! “Qui siamo tutti fratelli! Io ho bisogno di te quanto tu di me”. Quanto abbiamo da imparare! E’ proprio vero che nelle situazioni peggiori trovi le persone migliori! Saranno giorni intensi al fianco dei nostri ragazzi.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1416 Dicembre, mattina – Come funziona la base? Quali sono i ritmi? Una Fob “Forward Operation Base” è un microcosmo autosufficiente con qualche centinaio di ragazzi che rischiano la vita quotidianamente. I rischi non sono solo le famigerate IED “Improvised Explosive Device” lungo la strada, insieme ad eventuali “tic” cioè attacchi con armi leggere ma anche i razzi e i colpi di mortaio che possono colpire la base. In qualunque momento. Un mortaio può colpire anche da 5 km di distanza, da dietro le montagne. Te ne accorgi quando il colpo arriva a destinazione. Qui non è un gioco, non è un film. Non c’è denaro che tenga. La vita assume subito tutto un altro significato. Tutte le tue “cose” spariscono: i-phone, dvd, discoteca, auto sportive, abiti firmati, code nei centri commerciali.”Un bagno in più qui fa la differenza. Questo per noi sarebbe la felicità oggi”. Ecco come si torna al piano zero, alle vere necessità e si impara ad apprezzare davvero il lusso di un caffè, come un premio, un vero bene di conforto da condividere coi tuoi fratelli. Per uscire dalla base si passa attraverso diversi terrapieni di protezione e filospinato. Un ambiente ostile per la propria sicurezza. Per entrare stessa cosa. Una guardia col metaldetector controlla chiunque. Ci sono i local worker, afghani, locali, che possono entrare nella base per svolgere diversi lavori. Devono scendere dal mezzo. Entrare in un piccolo separè di cemento per farsi perquisire. Anche un orecchino o un ciondolo potrebbero essere mezzi di offesa. “Ma come chiedo io?” La guardia mi spiega “Non hanno fretta. Un pezzo per volta. Anche mesi, se non anni. Posizionano singoli e insignificanti pezzi qui e là che poi verranno assemblati…” La fine della frase è ovvia.Il mezzo invece viene controllato dai cani antiesplosivo. Se l’entrata non era prevista il mezzo dopo essere stato controllato viene fatto posteggiare in un’aerea filtro per 12 ore. “Perchè per 12 ore?” domando di nuovo scioccamente… “Il giro delle lancette di un orologio. Un timer…” Ok capito. Altra frase con finale ovvio. Qui è il 16 dicembre. Frasi con finali ovvi ti fanno apprezzare quanto la vita, qui, ma anche a casa, non sia poi così ovvia. E’ un dono.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1516 Dicembre, pomeriggio – Una pattuglia rientra in anticipo. In base c’è movimento. Cosa succede? Corro verso l’entrata, dopo l’autorizzazione. La pattuglia in visita al piccolo posto medico vicino alla base si è imbattuta in un ragazzo che ha tentato il suicidio, il padre in preda alla disperazione cerca aiuto. Il ragazzo, dopo le necessarie precauzioni – e autorizzazioni – viene portato alla base. Purtroppo per i locali la prima clinica (non certo con i nostri standard) si trova a più di 70 km. La base italiana presta quotidianamente soccorso alla popolazione, sia esternamente che internamente. Il ragazzo (vedi qui il fotoreportage) viene portato nell’infermeria. Povero! Ha due occhi che non scorderò mai. Ha cercato di suicidarsi bevendo del diserbante chimico. Il padre è fuori dalla base. Il ragazzo è visibilmente scosso e frastornato. Verrà intubato. Per tranquillizarlo viene fatto chiamare il padre. Abbandono, per rispetto, l’infermeria. Mi sono già sentito un avvoltoio quando ho scattato le mie foto… povero ragazzo. Lui tra la vita e la morte ed io a fare foto. Il giorno dopo, mentre scriverò l’articolo da inviare non riesciurò a terminarlo che alla base giungerà un altro uomo con ferite d’arma da fuoco (qui foto e articolo). Qui non solo tutti i giorni sono lunedì. Ma sempre nell’ora di punta durante lo sciopero dei mezzi pubblici…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1617 Dicembre, mattino – Ci si alza presto. Fino all’ultimo ieri sera il comando è rimansto in contatto con gli esperti dell’aeronautica per avere conferma delle condizioni meteo per oggi: è prevista pioggia. Stamane si deve uscire in pattuglia. Qui non si scherza. Per uscire dalla base non è sufficiente aprire un cancello. Se il meteo non consente copertura aerea non si può uscire. Quando sei fuori può succedere il peggio. In caso di necessità un medevac – evaquazione medica – può fare la differenza tra la vita e… un articolo sul giornale. Si perchè di questo si tratta. Ciò che qui viene costruito non fa notizia. “La vera missione è ritornare” mi dice un ragazzo “Tornare e vedere quello che hai costruito, vedere i progressi, questo mi fa sentire parte di qualcosa”. La “creazione” pare interessare poco al “pubblico” ma la “distruzione” invece si… Qui si parla di vita tutti i giorni, non di morte anche se ne hai a che fare costantemente! Piove, ma gli elicotteri sono in volo. Saliamo sui mezzi. “Alberto, per ogni cosa fai riferimento a lui, ti verrà a prendere quando saremo appiedati e ti copre lui in caso di necessità”. Le radio sono accese. “Mike, via, siamo fuori, muoviamo verso il Bazar”. La base segue costantemente i nostri movimenti. Arriviamo al bazar. La situazione pare tranquilla. Mi autorizzano a scendere, ma non ad allontarmi. La pattuglia, con me nel loro mezzo, procede a piedi. Molti bambini, curiosi. Dopo i primi attimi di diffidenza rompo il ghiaccio con i miei lunghi baffi. Risate. Iniziano a seguirmi facendo il gesto di tirarmeli e si fanno scattare qualche foto tra le risate anche degli adulti. Tutto appare così surreale. Mamma mia in che condizioni vivono, non riesco a descriverle. In India anni fa pensavo di aver visto la povertà… I ragazzi sono sempre con me. Si guardano attorno. Moto che passano… Auto ferme. Meglio controllare, esperienza insegna. Molta gente. I loro occhi analizzano decine di piccole cose che io nemmeno noto. “Qui l’ultima volta ci hanno attivato, è meglio stare attenti. Per fortuna solo armi leggere”. Tanto fango, freddo. Piove incessantemente. La pattuglia fa presenza e sicurezza. Il popolo ne ha bisogno, hanno bisogno di iniziare a rivivere. Commerciare. La nostra presenza da loro sicurezza. Stringono mani. Ci sorridono. Si torna indietro. Non tutti sono d’accordo però… arriva qualche sasso. La pattuglia si stoppa. Meglio verificare con delicatezza. Tutto ok. Si rientra. Si torna a respirare.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1718 Dicembre, sera – 1005, 1004, 1003, 1002, 1001… Arma base – Bomba alla volata – attenzione – fuoco! …BOOM… (qui la foto) un frastuono mai sentito. Dentro, nel diaframma. Una fiammata che illumina a giorno per un istante tutto intorno. Si ripiomba nel buio. Buio nero. Solo le stelle. Nessuna ombra. Solo il buio più totale. Quello che fa paura. Quello che non conosciamo più. “Per Tiziano Chierotti!” Grida il comandante del 9° Alpini. Brividi. Il lievo brusio che c’era si interrompe di colpo. Silenzio. Molti pensieri.  “Tu che sei in linea di quota vedi perfavore se si apre il paracadute” gracchia la radio “Ti dò lo splash” risposta “Grazie”. Passano 35 secondi e nel nero orizzonte si accende un nuovo sole. Un milione e duecento mila candele di potenza. Scende piano piano. Le montagne laggiù sono illuminate a giorno. E’ sera. Dopo cena. Siamo nella fire base della Fob Tobruk. Due mortai da 120 mm hanno ruggito per due volte, in direzioni opposte. Per deterrenza e controllo si utilizzano degli illuminanti per non far scordare “ai vicini” che sono sempre sotto controllo. Mai mollare la presa. Mai abbassare la guardia. Ti astrai per qualche istante e cerchi di goderti lo “spettacolo”. Pensando che là sotto c’è qualcuno che sta lavorando in direzione apposta alla tua. Che per avere ragione di te sta probabilmente allestendo un IED che tra qualche giorno speri di scansare. L’illuminante tocca terra. In una zona desertica. “Spariamo sempre in zone vuote perchè il cestello è pesante. Per evitare danni alle cose e alle persone”. Con ancora lo stomaco che vibra per il colpo lasciamo la fire base verso la tenda. Ma prima passeremo a prendere un caffè dai ragazzi. Buona notte Italia. Buona notte Afghanistan… Insciallah. Eh già! Se Dio vorrà…

diario_afghano_alpozzi_1819 Dicembre, mattina – Siamo in attesa della conferma per il pomeriggio della partenza per una pattuglia continuativa, cioè notturna. Si prepara lo stretto necessario per stare via una notte. Con le solite difficoltà di comunicazione si cerca di avvertire i propri cari a casa che fino al giorno dopo non ci si sentirà. Per questioni di sicurezza non si possono dare tante spiegazioni. Subentra una certa incomunicabilità che non sempre a casa viene compresa. Viene percepita sempre una certa preoccupazione. I famigliari non patiscono solo la distanza, ma anche la scarsezza di informazioni circa la vita e gli impegni quaggiù che spesso vengono riassunti con un laconico “Qui tutto bene, non vi preoccupate”. La frase, con mille varianti, è sempre la medesima che senti pronunciare al telefono dai ragazzi quando chiamano casa. L’appressione non la puoi controllare. Ti distrugge. Lo sai tu, lo sanno a casa: qui ogni giorno è una scommessa. Vorresti negarlo ai tuoi cari e a te stesso, ma non puoi. Quindi il silenzio “Vi voglio bene!”. Si passa in mensa. Pranzo. Mangi. A volte la solita battuta “Mangia. Non sai quando sarà la prossima volta che potrai farlo…” Si vive così quaggiù. Di attimi. Minuto per minuto, senza fare troppi programmi. Torno in tenda. Fotocamere con batterie al massimo. Una maglia? Due? Farà freddo? Dovrò essere comodo per muovermi ma non patire le temperature. Cerco “l’oro bianco”, la carta igienica come qui non solo viene chiamata ma considerata. Per diverse ore il nostro bagno sarà la ruota di un Lince o i cingoli di un Dardo. Giubbotto anti-proiettile e elmetto. Si attende la conferma. Alcune ore sembrano non passare mai. La nostra attesa corrisponde al duro lavoro del comando per organizzare e gestire l’uscita della pattuglia. Un caffè coi ragazzi. Forse tra 1 ora partiremo.

diario_afghano_alpozzi_1919 Dicembre, pomeriggio – Si và! Non “si parte”. Anche le parole, i modi di dire cambiano. Si impara ad esprimersi diversamente, ponderando il vero significato delle parole, delle loro sfumature, dei richiami. “Si parte per le vacanze”, “si parte per una gita”. Non è uguale e soprattutto vuoi la mente sgombra, avere meno richiami possibili alla vita civile. Ti devi concentrare. Di fatto “si và”. Indosso il giubbotto anti-proiettile. Imbraccio le “mie armi”: le fotocamere. Elmetto appeso alla cinta. Guanti, cappello… non farà caldo. “Portala con te, potrebbe servirti” mi dice un ufficiale che il giorno prima, per la  pioggia, mi aveva prestato la sua giacca in gore-tex. Lui resterà in base a monitorarci e dare supporto in caso di necessità. “Grazie. Domani te la rendo quando rientreremo in base”. La carico sul mezzo dietro il mio sedile. La colonna è già pronta. I mezzi sono tutti accesi. Tutti i ragazzi sono in cerchio attorno al comandante della pattuglia che dà gli ultimi ragguagli circa il percorso e le attività che svolgeremo durante la notte. Il mezzo sul quale viaggeremo, mangeremo, dormireremo (?!) per le prossime 21 ore è un mezzo corazzato che si chiama Dardo. Lo spazio a disposizione non è dei più comodi (diremmo noi civili). Nella “stiva” siamo in quattro: io, due bersaglieri e l’interprete. Hanno rispettivamente 24,28 e 22 anni. A 24 anni io ero all’università a bighellonare tra il bar e la biblioteca a far finta di studiare e la sera la passavo tra un locale e l’altro con gli amici mantenuto da mamma e papà. Ora ne ho 10 in più e sono in Afghanistan. Non si può fare nessun tipo di paragone tra noi “fighetti” che abbiamo passato i nostri 20 anni a fare gli universitari e che aspettavamo (o meglio rimandavamo) di crescere, maturare e assumerci delle responsabilità. Bella la vita vero? Scatole di bottiglie d’acqua. Tante. Non è detto si rientri in base quando stabilito. Sacchetti con scatolette di carne, pane e brioches confezionate: la nostra cena. Mica gli aperitivi con 1000 piatti e alcolici circondato da sgallettate sui tacchi, le unghie laccate rosse e la borsetta di Louis Vitton. I ragazzi mi sorridono. Entriamo. Il portellone si chiude. Buio. Solo spioncini per guardare fuori, giusto per non perdere l’orientamento. Il cingolato parte. “Un martini bianco con ghiaccio” penso… Già…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1819 Dicembre, sera – Lo spazio non è tanto, si potrebbe dire “intimo”. Il rumore è molto: i cingoli, il motore, la torretta che costantemente gira. Si fa fatica a scambiare qualche parola. Fuori il sole sta calando, lo posso intravedere da un piccolo spioncino. Ci fermiamo per una breve sosta di controllo. Chiedo, pur sapendo di metterli in difficoltà per la questione “sicurezza”, se posso scendere a fare qualche scatto. Veloci comunicazioni radio e mi autorizzano per 2′, 120 secondi. Il portellone si abbassa.  Angelo, il ragazzo seduto alla mia sinistra imbraccia il fucile “Scendo prima io, tu aspetta” mi dice. Che scocciattore che sono, penso tra me e me, per qualche fotografia li metto in pericolo. “Ok puoi scendere” mi dice dopo aver osservato che tutto apparrisse tranquillo. “Ok, il fotografo sta scendendo ora” gracchia la radio del carro. Deserto. Sconfinato. Il nulla a perdita d’occhio. Solo sassi. Da un lato le montagne e laggiù distante, distantissimo l’orizzonte e il sole che tromonta (qui la foto). La lunga colonna della pattuglia ha lasciato solo qualche solco nella terra dura e fredda, i cingoli hanno inciso per qualche centimentro il deserto afghano, come due rotaie. Le uniche di tutta la nazione. In Afghanistan non vi è la ferrovia. Stiamo percorrendo un lungo tratto di deserto per raggiungere una zona da monitorare e mettere in sicurezza per il giorno successivo. La mattina in un villaggio poco distante un’altra pattuglia porterà legna, coperte e ciabatte per la popolazione. Ecco perchè in un missione di pace c’è la triste necessità delle armi: perchè chi vuole controllare con la forza e l’ignoranza il popolo non gradisce chi porta aiuti e cerca di far evolvere verso standard di vita migliori la popolazione. Con l’ignoranza è la povertà si ha maggior controllo sulle persone per i traffici illeciti. Ci si deve proteggere. Le armi fortunatamente nel migliore dei casi sono una deterrente, nel peggiore sono una difesa. I 120 secondi sono volati. Risalgo sul mezzo. Ripartiamo per andare a prendere posizione per la notte dove rimarremo alcune ore. La brandina col sacco a pelo della tenda ora inizia ad apparire molto comoda.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_1919 Dicembre, notte – Siamo da qualche parte nel deserto nel sud dell’Afghanistan, un punto che per ritrovarlo su una mappa avrei necessità delle coordinate Gps. Resterebbe in ogni caso davvero solo un punto imprecisato in pieno deserto. Attorno a noi solo il buio della notte e sopra le stelle. Tante. Tantissime. C’è un cielo stellato mai visto e tante, tante “stelle” cadenti. Forse perchè qui più che da noi c’è davvero molta necessità che i desideri degli uomini si avverino. Abbiamo raggiunto il primo luogo di sosta. Per scendere dal mezzo indosso l’NVG – Night Vision Goggles – il visore notturno. Tutto diventa verde e luminoso. Il cielo quasi bianco. Mi domando se “qualcuno” ci stà osservando, studiando. Sicuramente. Laggiù qualcuno ci starà osservando. Oltre quelle montagne. Ma non siamo soli. Da qualche parte in un punto elevato ci sono due angeli custodi che ci sorvegliano dall’alto: i tiratori scelti. Loro mentre noi a turno dormiremo saranno svegli a garantire la nostra sicurezza. Raggiungo, scortato, uno dei mezzi. I ragazzi stanno approntando il Raven – un piccolo aereo radio comandato – che verrà lanciato per monitorare la zona dall’alto con telecamere termiche. Da un altro veicolo invece viene predisposto un radar. La sicurezza non è mai troppa. Tutto viene svolto con la massima tranquillità e normalità. Siamo apparentemente come sotto una campana protettiva. I miracoli della tecnologia. Torno al mio mezzo. Si mangia. Qualche scatoletta di carne e del pane. Al buio. Solo qualche Cyalume per illuminarci. Inizia a far freddo. Scambiamo qualche parola. Rimaniamo incantati di fronte allo spettacolo che la natura ci ha riservato questa notte. Casa è lontana. Le fidanzate, le mogli, i mariti e figli ancora di più. Proviamo a dormire. Seduti. Il rumore continuo del Dardo e della torretta che con movimenti cadenzati fa la guardia forse ci culleranno… I ragazzi si danno il turno. I secondi passano lenti. Trovare una posizione comoda pare impossibile. Attendo le primi luci dell’alba con gli occhi chiusi. In silenzio.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_2020 Dicembre, alba – Facile sopportare una lunga notte sapendo che sarà l’unica. Fredda. Lunga. Scomoda. Spossante. Il pericolo non lo dimentichi mai, ma resta lì, fa parte “del gioco”. Io non devo passare 6 mesi quaggiù, posso sopportarlo. Sarei però capace di farlo per 6 mesi? Non lo sò. Le gambe sono addormentate. Ritorno alla vita con un piccolo raggio di luce che filtra attraverso il ferro freddo. Fuori c’è nebbia. L’unico movimento che sento è quello della torretta che ha fatto la guardia tutta la notte. Incessantemente. Chiudo di nuovo gli occhi. Crollo. Il portellone si apre. La luce invade la nostra “tana”, ma soprattutto entra il calore del sole. Voglio scendere per scaldarmi. Attendo l’autorizzazione. Non posso mai scendere per primo. La luce. Il caldo. Finalmente. Il deserto sconfinato è sempre lì. Non si è mosso. A breve alcuni Lince dovrebbero passare a prendermi per scortarmi nel villaggio a pochi chilometri. Nell’attesa mi guardo attorno. Giro su me stesso più volte. Sassi, sassi e ancora sassi. In un luogo così hai diverso tempo per guardarti dentro e trovare la tua anima e comprendere quello che sei davvero. Dopo questo come puoi ancora vivere come prima a casa tua? Il mondo, la vita ti appaiono sotto un’altra prospettiva. Nuova. Perchè? Le necessità cambiano, ti trasformi. Ormai non puoi più tornare indietro. La mia scorta è in arrivo. Saluto i ragazzi. Ci diamo appuntamento alla base per il pomeriggio. Hai paura a lasciarli. Sai che tutto può succedere. Ogni sguardo, ogni stretta di mano potrebbe essere l’ultima. Non è retorica. E’ la vita dei nostri ragazzi in Afghanistan. Qui non ci sono speciali in tv, non ci sono titoli sui giornali c’è solo un duro lavoro da affrontare. Per scelta. Si è una scelta. Sono volontari. L’hanno deciso loro. Nessuno li obbliga. Per loro non è un vanto. E’ un fatto: un lavoro! Ma per i loro detrattori a volte sembra un alibi. Si, ma per se stessi che invece hanno scelto un’impiego con la possibilità di abusare della mutua, dei permessi, dei cartellini timbrati dai colleghi, degli scioperi e delle parole, tante, troppe, tipiche di chi poco fà ma tanto parla. Qui non si parla, si lavora. La mutua, i permessi, le pause caffè selvagge davanti agli sportelli con la coda non esistono. Qui il collega che ti copre le spalle ti salva la vita non ti salva da un richiamo per lo shopping fatto al mercato rionale in orario lavorativo. Domandiamoci perchè l’Esercito è l’unico ente statale che funziona…

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_2120 Dicembre, mattina – A bordo di un Lince lascio i ragazzi con i quali ho condiviso l’ultima notte per congiungermi con la pattuglia che stà per effettuare il delivery nel villaggio. Verranno consegnati beni di prima necessità: coperte, legna e ciabattine. E’ un’attività delicata. Chi vuole controllare con la forza questi villaggi non gradisce la nostra intromissione poichè con la paura riesce a ricatttare il popolo. I nostri aiuti sono invece un segno tangibile dell’impegno verso l’Afghanistan affichè possa crearsi un nuovo stato. Al mio arrivo il dispositivo di sicurezza è molto alto. Diversi Lince sono posizionati a coprire i lati ciechi per scongiurare un attacco. La consegna verrà fatta dall’ANA – Afghan National Army – con la nostra collaborazione. Tutti gli uomini e i bimbi del villaggio si sono radunati e attendono trepidanti. I militari afghani stentano nel tenerli a bada perchè non si creino disordini durante la consegna. Alcuni bimbi, furbetti, riescono a rimettersi in coda più volte e a ottenere, con somma soddisfazione e risate, più consegne. Durante la distribuzione l’atmosfera vorrebbe essere rilassata ma così non è. C’è agitazione e apprensione. Tutto potrebbe accadere. Il comandante, per precauzione, ci comunica che sono in arrivo per uno “show the force” due F-15, i caccia bombardieri americani. Mostrare i muscoli serve a non doverli usare. Da lì a poco il cielo rimbomba al passaggio a bassa quota dei due velivoli americani. Ora ci si sente più tranquilli. Eventuali mali intenzionati sono stati avvertiti: “Siamo qui, vi controlliamo” questo è il messaggio. Ecco spiegato anche lo scopo di avere sempre mezzi militari tecnologicamente avanzanti e aggiornati. Il delivery procede bene. Terminata la consegna rimontiamo subito sui mezzi per tornare alla base dopo circa 20 ore passate fuori. Decine di persone e mezzi per predisporre in sicurezza la consegna di aiuti umanitari. 20 ore di presenza costante sul terriotorio fuori dalla base per aiutare il popolo afghano e poter rientrare incolumi con la gioia di sapere che stai costruendo qualcosa di buono per chi davvero ne ha la necessità. Ora ci attende in base una doccia calda. Ma prima voglio andare ad abbracciare i ragazzi che mi hanno tenuto compagnia questa notte.

diario_afghano_alpozzi_fotoreporter_2220 Dicembre, pomeriggio – Siamo rientrati “a casa”. La base diviene presto casa, la senti come tua, come il tuo nido, quasi con l’illusione che sia un posto sicuro. Il classico focolare domestico che ti permette di “chiudere tutto il mondo fuori”. Un pò è così quaggiù. Ti costruisci una nuova dimensione, un angoletto nel quale ripararti per 6 mesi insieme ai tuoi fratelli. La notte è stata lunga, il lavoro duro. La doccia comune tra la polvere e i sassi è la cosa più bella alla quale ora tendo. La mia brandina con il sacco a pelo appare stupenda. La vaga regolarità del terreno fatto di sassi all’interno della base appare lastricato d’oro. Siamo tutti stanchi, provati. 20 ore al freddo, con piccoli sonni seduti allo stretto, mangiando scatolette di tonno e tanto tempo per parlare, condividere. Scorgi tra le parole le dobolezze di tutti noi esseri umani, dei nostri desideri, dei nostri sogni. Siamo tutti esseri umani e quaggiù probabilmente lo siamo ancora di più. Ci sono uomini e donne che compiono immensi sacrifici mettendo a rischio la loro vita. In silenzio. Lontando dai riflettori. Con grande dignità, senso del dovere e rispetto. Un gruppo di persone unite che cercano i punti di unione per andare avanti, tutti insieme. Condivisione ed unione. Le ultime ore della giornata le trascorro come nel limbo. Spossato mi metto in contatto con i miei cari in Italia per tranquillizzarli. “Siamo rientrati, tutto bene”. Certe esperienze ti entrano dentro, ti cambiano, non puoi più fare inversione di marcia. Ti si aprono gli occhi con una nuova capacità di mettere a fuoco la quotidianità. Mentre mi corico coccolato dal torpore della tenda mi viene in mente un aforisma provocatorio “Il Paradiso lo preferisco per il clima, l’Inferno per la compagnia”. Qui nell’inferno la compagnia è la migliore che potessi trovare. Ma chi ci dice che il Paradiso sia un luogo e non un gruppo di persone?

PRESTO LA CONTINUAZIONE

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Afghanistan, slightly in focus

AFGHANISTAN NEWS – dall’intervista di Fabio Lepore su FUTURA – Il giornale on-line del Master in giornalismo di Torino

alpozzi-afghanistanDalle cattedre del Poli alle strade polverose dell’Afghanistan. Con la macchina fotografica al collo. Ogni situazione è buona per ottenere lo scatto giusto: quello del reporter a caccia di immagini, nonostante siano lontani i tempi di Robert Capa, è ancora oggi un mestiere che non conosce confini. E richiede passione. La stessa che ha portato il torinese Alberto Alpozzi, classe 1979, a decidere di trascorrere l’ultimo Natale con i soldati italiani in missione a Herat, Ovest dell’Afghanistan.

Perché un’esperienza di questo tipo?
Quello che mi piace della fotografia è il fatto di poter ritrarre situazioni particolari, non comuni. Andare oltre, spingermi oltre a quello che chiunque può vedere. D’altronde, se ci pensi, oggi con le macchine digitali più o meno tutto è alla portata di tutti. Quindi il modo in cui un fotografo può differenziare la qualità e la professionalità del suo lavoro è arrivare in luoghi da documentare dove non tutti sono disposti o hanno la possibilità di andare. Documentare, anche, quello che gli altri vogliono soltanto vedere, ma non vivere. L’idea con cui sono partito per l’Afghanistan era questa. E poi, soprattutto, raccontare un periodo molto particolare, quello del Natale, e cercare di capire come viene vissuto a distanza da migliaia di italiani. Noi pensiamo che sono militari, ma prima di tutto sono ragazzi, uomini. E italiani. Persone che – scelta condivisibile o meno, ma non sta a me entrare nel merito di questo tipo di polemiche – hanno comunque scelto di stare distanti da casa, dalle famiglie, dalle mogli, dalle fidanzate e, molti, dai figli.

Eppure, quando sei partito, stavi lavorando a un altro progetto.
Sì, stavo insegnando, per il secondo anno, al Politecnico. L’anno scorso ho tenuto un corso di fotografia dell’architettura. Quest’anno invece il programma toccava tutto ciò che riguarda la comunicazione attraverso la fotografia. Ma quando sono tornato da Herat ho dedicato una lezione a spiegare come si lavora in un contesto come quello.

reportage_afghanistan_foto_alpozzi (6)Reporter di guerra o…
Di pace, direi, sicuramente. Quella italiana in Afghanistan è una missione di pace, d’altronde. E non mi piacciono i termini altisonanti. Non siamo superuomini. Non sono più gli anni dei fotoreporter alla Capa, che rischiavano davvero la pelle. In Afghanistan ti puoi trovare in situazioni spiacevoli, magari sotto il tiro dei mortai, ma non è paragonabile al lavoro dei fotografi di 40 o 50 anni fa.

Su cosa ti sei concentrato mentre eri lì?
Sull’aspetto umano e sulla “normale” quotidianità dei militari. L’aspetto umano è la prima cosa che conta, soprattutto perché noi italiani siamo davvero “brava gente”. Ed è una caratteristica che ci distingue e ci fa apprezzare all’estero soprattutto in situazioni come quella afghana. Dal mio punto di vista, è stata questa la notizia più importante, che sto cercando di far sapere agli italiani in patria.

marò_ciro.petronelli_italia-per-afghanistanUn ricordo particolare?
Ho stretto rapporti d’amicizia con molti ragazzi. Ma un bellissimo momento è legato a una foto che ho fatto a uno dei Marò all’interno del carcere di Herat. Si è commosso quando ha visto i bambini. Gli sono venuti gli occhi lucidi e mi ha chiesto di scattargli una foto. A Brindisi i suoi amici e colleghi l’hanno stampata e appesa nei negozi. È stata per me una grande soddisfazione. E infatti proprio nel week end sarò a Brindisi perché questo Marò, che si chiama Ciro Petronelli, ha organizzato con l’associazione culturale “Zonno Cacudi Show” un evento di beneficenza intitolato “Italia per l’Afghanistan” e raccoglieranno fondi per i bambini afghani orfani.

Stai già pensando alla prossima volta?
Certo. Un altro aspetto dell’Afghanistan che mi ha affascinato è il suo paesaggio. Viaggiando da una base all’altra con gli elicotteri ti accorgi che esiste un altro punto di vista, che l’Afghanistan non è solo guerra. Mi piacerebbe quindi molto documentare quello che è l’Afghanistan visto dall’alto: vorrei concentrarmi su questo, contestualizzandolo con l’attività dell’Esercito.

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AFGHANISTAN NEWS Il Col. Alfonso Cipriano dell’Aeranautica Militare Italiana impegnato nella missione Isaf a Shindand in Afghanistan

Però_CIPRIANO_Alpozzi-1

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Foto Reportage – Alpozzi: fotografare il Natale a Herat

alpozzi-foto_afghanistanAFGHANISTAN NEWS – dall’articolo “Alpozzi: fotografare il Natale a Herat” da Il Sito di Torino.it di Alessandro Boffa

Il fotoreporter torinese visita la base di Camp Arena: “Al fronte ho trovato umanità, sentimenti e tanto sacrificio”

Il fotografo torinese Alberto Alpozzi racconta alla redazione de Il Sito di Torino l’esperienza vissuta al fronte. Alpozzi, infatti, ha preso parte per dieci giorni alle operazioni della base militare Camp Arena, a Herat, documentando con la sua macchina fotografica la vita del fronte durante le festività natalizie.

Quanto tempo sei stato in Afghanistan?

Sono stato 10 giorni, dal 19 al 29 dicembre.

Dove sei andato precisamente?

Sono stato ad Herat, presso la base italiana Camp Arena, nell’ovest nell’Afghanistan nella zona di nostra competenza: RC-West (Regional Command West).

Avevi mai fatto “servizi” di questo tipo?

In un teatro operativo è stata la mia prima volta.

Qual è stato il primo pensiero quando hai messo piede sul suolo afghano?

Non ho avuto pensieri particolari. Quando devo documentare situazioni a me sconosciute cerco sempre di partire senza preconcetti e con la mente più libera possibile per cercare di raccontare gli eventi nella maniera più obiettiva possibile.

Qual era il tuo compito all’interno della base italiana? (avevi il compito di riprendere e riportare un messaggio in particolare oppure eri ‘libero’ di fotografare ciò che preferivi)

Innanzitutto non sono stato solo nella base ma tutti i giorni prendevo parte a quelle che erano le varie attività operative del nostro contingente: dalle pattuglie ai trasferimenti, in più ho “visitato” diversi luoghi di intervento come il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto di Herat che è seguito dal PRT di Herat (Provincial Reconstruction Team) su base del 3° Reggimento Bersaglieri della Brigata Sassari con sede a Teulada oppure il carcere femminile anch’esso seguito dal PRT. Io non “avevo compiti”, sono un fotoreporter e come tale ho documentato la missione Isaf in Afghanistan: per alcune testate ho seguito da vicino le festività natalizie, per altre la scuola di polizia all’interno della quale opera un nucleo di Carabinieri e la Task Force “Grifo” della Guardia di Finanza che addestrano la polizia afgana e la polizia di frontiera. Avevo totale libertà di riprendere tutto ciò che mi serviva per documentare al meglio le attività dei nostri militari con la loro collaborazione quotidiana in tutte le situazioni che richiedevo secondo i miei scopi. Io sono un fotografo freelance e non condivido il fare giornalismo secondo il quale si vuole dare un certo tipo di notizia, preconfezionata, e come tale ci si indirizza alla ricerca, spesso viziata, di quegli elementi che avvalorino ciò che si desidera raccontare distorcendo così la realtà; sono partito per l’Afghanistan senza alcuna idea precisa se non quella di documentare ciò che avrei visto per poi poterlo raccontare attraverso le mie immagini.

Qual era il compito delle truppe italiane in Afghanistan?

I nostri militari sono impegnati in Afghanistan nella missione Isaf (International Security Assistance Force) cioè un missione di sicurezza, di ricostruzione e di sviluppo. In tutto questo non dimentichiamo tutti i militari che si occupano di tutte quelle attività necessarie a mandare avanti e a gestire una base con 4 mila persone: dai pasti, alla logistica, alle attività di ufficio, all’infermeria. La base è come una città dove tutto deve funzionare perfettamente e tutto deve essere presente, ognuno ha il suo ruolo e tutti sono ugualment importanti e fondamentali.

I tuoi occhi e quelli della tua macchina fotografica hanno visto una realtà diversa da quella che gli era stata raccontata prima di partire?

Come spesso accade le notizie non corrispondono alla realtà, o meglio: le brutte notizie fanno vendere mentre i sacrifici quotidiani interessano poco agli editori specie se devono accontentare un certo tipo di lettori (ed elettori) che cercano solo conferme alle loro idee e non la conoscenza dei fatti. La realtà quotidiana che ho vissuto in Afghanistan è quella di connazionali che si impegnano con grande dedizione e professionalità in quello che fanno, credendoci e svolgendolo più che al meglio, sempre al massimo. Persone che lavorano anche 24 ore su 24 ore, non per mantenere il loro posto,  e 7 giorni su 7 senza lamentarsi.

Dire e fare: quante differenze tra ciò che in Italia si dice sulla missione in Afghanistan e ciò che, con i tuoi occhi e la tua esperienza, hai visto fare dai nostri soldati?

Dire e fare… Quanto si dice sui giornali della missione? Diversi giornali sia prima, sia durante, sia dopo la mia permanenza ad Herat mi hanno detto che “l’argomento” non interessa e questo l’ho trovato molto triste. Gli stessi giornali che danno spazio a signori nessuno ammalati di divismo che sponsorizzano un modus vivendi basato sull’arrivismo e la fama temporanea che può darti la televisione con tanto di bei soldoni per “premiare” la mediocrità di personaggi che non solo non hanno nessuna capacità ma non sanno nemmeno esprimersi. I giornali in Italia dicono talmente poco, complice la superficialità di comodo di molte persone, che alcuni prima della mia partenza mi hanno domandato se ci andavo in vacanza. In Afghanistan ho trovato degli italiani che con dignità e umiltà svolgono un lavoro difficile con notevoli sacrifici senza clamore. In Italia si dice molto e si fa poco, in Afghanistan gli italiani che vi lavorano fanno molto e dicono poco.

Ho visto lo scatto con i bambini che si nascondono dietro le mura della base: com’è il rapporto tra i soldati italiani e i piccoli afghani?

Il rapporto tra i nostri militari con tutta la popolazione, non solo con i bambini, si basa prima di tutto sul rispetto. Grazie al modo di porsi verso la popolazione, mai dall’alto verso il basso, fa si che il nostro contingente sia molto apprezzato e stimato: quotidianamente vi sono insurgents, gli insorgenti, che si consegnano spontaneamente, deponendo le armi chiedendo di entrare a far parte del programma di reintegrazione; questo è un grande traguardo ed è la dimostrazione lampante di come la nostra missione sia di pace e non di guerra (come molti preferiscono farci credere) perché si ottengono degli ottimi risultati da parte del nostro esercito senza l’utilizzo delle armi ma solamente parlando e confrontandosi con la popolazione, a stretto contatto con la gente, per la strada e nei villaggi, e soprattutto portando aiuti tangibili alla popolazione, come la costruzione dei pozzi nei villaggi, le scuole e mettendo in sicurezza le strade.

E in generale con la popolazione?

Come ho detto prima anche e soprattutto con la popolazione vi è un ottimo rapporto tant’è che molti lavori all”interno della base italiana sono svolti dai local worker, i lavoratori locali, segno tangibile di quanto si stia creando una nuova economia per un paese in difficoltà, così come tutti i progetti che vengono realizzati dal PRT: ben 47 realizzati nel 2011 e 44 in programma per il 2012. I cantieri vengono appaltati a imprese locali con dipendenti afghani creando così posti di lavoro e favorendo la creazione di personale specializzato, con la nostra supervisione per evitare infiltrazioni da parte della criminalità organizzata, si incentiva lo sviluppo secondo le necessità primarie che vengono discusse e concordate direttamente con i governatori locali.

I militari italiani, dopo la tua esperienza, sono ancora i “mercenari” dipinti da certa parte dell’opinione pubblica o puoi, con la voce dell’esperienza sul campo, smentire questa definizione?

Questa è la classica affermazione tendenziosa e populista di persone che evidentemente svolgono il loro lavoro gratis, di persone che evidentemente non devono pagare le bollette e il mutuo e che ritengono che il lavoro altrui non abbia valore. Sono le stesse persone che plaudono noti comici e showmen pagati milioni di euro e che vanno in solluchero di fronte alla spazzatura televisiva della quale vorrebbero fare parte per guadagnare denaro mettendo in mostra le loro incapacità. Tutti se non erro per vivere cerchiamo di svolgere un mestiere per mantenerci e dare da mangiare ai nostri figli quindi siamo tutti mercenari, dunque mi chiedo quale voglia essere il becero sottinteso nell’affermazione che i militari in missione siano dei mercenari e che lo fanno solo per denaro: dovrebbero forse lavorare gratis? Chi lavora gratis? Ma poi pensiamo ad un qualunque dipendente che viene mandato in trasferta all’estero per la sua azienda: non viene pagato di più? Lo sappiamo che lo stesso dipendente se viene mandato in trasferta in paesi come l’India viene pagato maggiormente del collega che va in trasferta negli Stati Uniti? Dunque i nostri ragazzi in missione all’estero non dovrebbero essere retribuiti di più (senza contare i rischi)? L’opinione così detta pubblica non è l’opinione della gente, ma l’idea che alcuni fanno passare, gli stessi che prendono lauti stipendi e non si preoccupano nemmeno di mantenere calda la poltrona alla quale sono attaccati; medesime affermazioni le ho sentite fare da alcuni dipendenti pubblici (come di fatto lo sono anche i militari) durante una  pausa caffè che è durata 40 minuti, mentre agli sportelli vi erano code interminabili; quindi se erroneamente volessimo anche accettare l’affermazione che i militari sono pagati tanto per andare in missione non è forse più giustificato pagare qualcuno che il suo lavoro lo svolge per davvero piuttosto che mantenere persone che rubano quotidianamente lo stipendio che noi cittadini paghiamo con le nostre tasse?

Qual è stato lo scatto più ‘profondo’ che hai fatto? Cosa rappresentava?

Lo scatto più profondo che ho realizzato credo sia quello che ho fatto ad uno dei ragazzi del Battaglione San Marco della mia scorta all’interno del carcere femminile di Herat che si è commosso davanti ad un bimbo, figlio di una delle detenute. Credo sia molto significativo dell’umanità dei nostri ragazzi e dei sentimenti che portano costantemente con sé.

Ci racconti il Natale passato al fronte?

Dunque il Natale vero e proprio cioè il 25 dicembre l’ho passato insieme ad una pattuglia dei Fucilieri dell’Aria in alcuni villaggi nella zona di Herat. Una pattuglia quotidiana che viene svolta per sicurezza; un lavoro delicatissimo che non si interrompe mai nemmeno nel giorno di Natale, così come tutte le altre attività all’interno e all’estero della base. La vigilia invece, il 24, ho preso parte ad un’altra pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste. Il lavoro è svolto regolarmente anche in tutti quei giorni di festa che in patria invece si fa vacanza (alcune notti io ero ancora impegnato nell’invio di immagini ai giornali e andando negli uffici trovavo sempre qualcuno impegnato). La notte del 24 invece ho preso parte alla Messa celebrata all’interno di un hangar con centinaia di persone. Nei giorni precedenti invece ho documentato la preparazione dei doni, da parte del nostro esercito, per i local worker e i loro figli, poi distribuiti durante una piccola festa organizzata per i bimbi con tanto di spettacolo di magia organizzato da un colonnello dei bersaglieri.

Qual è stato l’ultimo pensiero che hai avuto quanto hai messo il piede sull’aereo che ti riportava a casa?

Il mio ultimo pensiero è stato che 10 giorni non sono sufficienti per documentare l’impegno dei nostri ragazzi e che i miei pochi giorni di impegno in una situazione difficile siano nulla in confronto ai 6 mesi dei nostri militari. Dopo solo 10 giorni si iniziano a sentire la mancanza di molte cose che diamo per scontate, alle quali siano abituati e alle quali non diamo peso. Si imparano ad apprezzare le piccole cose e soprattutto l’importanza di una semplice stretta di mano, di uno sguardo di approvazione e complicità.

Ci torneresti?

Certamente Ho trovato più umanità, gratificazione e rispetto da parte dei ragazzi con i quali ho lavorato in Afghanistan per soli 10 giorni che quella che vi è in Italia con persone e amici che conosco da anni. Ho riscoperto cosa significa amare il proprio lavoro, svolgerlo al meglio e rispettare quello altrui; mi ero scordato cosa fossero l’umanità, la dignità e il rispetto delle persone e soprattutto il valore di un sacrificio e il credere profondamente in quello che si fa che va ben oltre il mero guadagno e il successo personale, spesso a discapito di altri, ho riscoperto il valore del lavoro di squadra e dell’amicizia.

A chi vorresti consigliare la tua esperienza?

La consiglierei a tutte quelle persone che sentenziano e che criticano stando seduti comodamente a casa loro con tutte le loro comodità, la loro bella vita fatta di code nei centri commerciali, di aperitivi e di scioperi che inneggiano a presunti diritti scordandosi i loro doveri, a tutti coloro ai quali non saranno piaciute alcune mie affermazioni e a quelli che si sono impossessati di una ingiustificata superiorità ideologica basata solo su preconcetti costruiti a tavolino e non sui fatti: per parlare di quella che alcuni definiscono guerra dovrebbero prima viverla! Ho personalmente trovato più umanità e sentimenti in una situazione di crisi di quella che vi è tutti i giorni qui a casa… La consiglio a quelli che non credono alle persone che non gli dicono quello che vogliono sentirsi raccontare: vadano a verificare di persona! Io ho rinunciato al mio Natale per farlo.

Grazie ad Alberto Alpozzi (in alto a destra nella foto con la sua macchina fotografica)

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Reportage – Un fotoreporter torinese in Afghanistan

afghansitan_herat_alpozziAFGHANISTAN NEWS

dall’articolo “Un fotoreporter torinese in Afghanistan” di Graziella Porro

Natale per noi ormai è andato,dopo la befana anche gli ultimi addobbi sono stati rimossi e le festività sono ormai un ricordo lontano,sembra passata un’eternità da un Natale definito il più triste degli ultimi anni per via della crisi. Pochi acquisti,pochi regali,poche cene fra amici e soprattutto pochi cenoni di Capodanno,i comuni hanno risparmiato anche sui botti con la scusa della sicurezza,e i morti e i feriti ci son stati lo stesso e tutti si sono lamentati. Eppure c’è chi avrebbe fatto carte false per poter passare le feste vicino alla famiglia seppur in modo  così minimale. Sono i militari italiani in Afghanistan che il fotoreporter Alberto Alpozzi giovane torinese e avventuroso professionista ha incontrato durante il suo viaggio di Natale in zone dove normalmente non si va per svernare.

<Uno dei ricordi più dolci e tristi allo stesso tempo che mi rimane – dice Alpozzi – è quello di un giovane tenente che stava addobbando un albero insieme ad una soldatessa,a cui ho chiesto di fare uno scatto natalizio. Non ha voluto il giovane militare e con uno sguardo tristissimo mi ha detto “sa non vorrei che mia moglie vedesse per caso questa foto e si rattristasse perchè non sono a casa a fare l’albero con lei>.

Storie che sembrano tratte da un film romantico e strappalacrime e che di lacrime sicuramente ne portano tante con se, figli,fratelli,mariti,padri che non hanno potuto passare neppure un minuto con la famiglia perchè sono così lontani per una missione di pace che, si hanno scelto loro,pagati profumatamente come dicono gli italiani più drastici,ma che potrebbe anche non dar loro la possibilità di tornare,pensano i piu’ teneri fra coloro che continuano a giudicare questa missione davanti alla tv e senza conoscenza.

<Sono pagati molto? – risponde Alpozzi con un tono piuttosto infastidito – perchè invece di giudicare col solito cervello imbottito dai media non proviamo per un attimo soltanto a ragionare su quanto potrebbe guadagnare una persona inviata all’estero da una grande azienda,a quanto mi risulta prenderebbe due stipendi,uno in patria e uno in loco,lavorerebbe otto ore massimo 10 al giorno e avrebbe a disposizione un appartamento o una comoda stanza d’hotel  e farebbe sicuramente una vita decorosa e magari anche divertente,quale cifra puo’ pagare 15/20 ore consecutive di lavoro lontano da casa,in situazioni pericolose e disagiate col rischio di non vedere mai piu’ la propria famiglia?>.

Il giovane reporter sembra infastidito da queste illazioni che spesso si sentono sulla nostra missione di pace e racconta di aver trovato là una parte d’Italia che qui non esiste più,forti legami d’amicizia,grande senso di squadra e massima solidarietà,serietà e impegno e nel cuore solo la famiglia.

<Molti sono giovanissimi e qualcuno ha già figli di pochi mesi che non sta vedendo crescere se non su Facebook.>.

Quale è la sensazione più forte che ha avvertito arrivato sul posto?

L’amicizia fra loro,un legame molto forte,un sentimento che non vedevo sotto quella luce da tempo.Anche verso di me,quei ragazzi dopo poco tempo che stavo con loro mi sembrava di averli sempre conosciuti,molto di più di certi amici che conosco da anni.Anche ora che sono tornato il legame con loro non si è affievolito come succede quando passi tempo con gente che ti piace e poi ti riprometti di rincontrare ma non mantieni  e ti nascondi dietro scuse di mancanza di tempo o altro.Noi ci sentiamo su facebook o su altri social network e chiacchieriamo di tutto e di niente,è davvero straordinario.>

E la sensazione più negativa?

Sapere che dentro di loro soffrono soprattutto per la lontananza da casa,ho la sensazione che loro sappiano quanto valgono i rapporti umani molto più di molti di noi che avendoli a portata di mano li diamo per scontati.>

Pensa che abbiano paura? l’ha avvertita?

>Sono Soldati addestrati ma sono anche esseri umani.>

Che cos’è che l’ha stupita di più?

la differenza fra i rapporti gerarchici che c’è rispetto all’ambiente di una normale caserma.Un colonnello mi ha risposto..”Vede noi siamo quì per lavorare,tutti,e le stellette contano fino ad un certo punto.Se devo dare una mano a scaricare un camion il mio grado non conta,lo faccio anche io come gli altri.>

<Io non ho fatto il militare – continua Alpozzi – ma penso che sia davvvero una cosa molto importante questa.>

Si sentono eroi?

<No non ci sono eroi,ma solo ragazzi,uomini normali che hanno fatto una scelta perchè ci credono e la portano avanti con professionalità e senso del dovere.>

Ha mai avuto paura durante il suo viaggio?

<No,mai e credo che questa sensazione di tranquillità,nonostante il luogo dove mi trovavo, la devo a loro.>

Come hanno preso a casa sua l’idea di partire?

<Sorvolo sulle preoccupazioni di mia madre ma è una mamma quindi tutto regolare,la mia compagna non ha mai detto apertamente come la pensava ma era felice per me sapendo quanto fosse importante per me ciò che andavo a fare.>

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Intervista – In Afghanistan ho trovato la parte migliore dell’Italia

AFGHANISTAN NEWS – Il fotografo torinese Alberto Alpozzi ha trascorso il Natale a Herat

dall’articolo su “Cronaca Qui – Torino” del 7 Gennaio 2012, pag. 8 – leggi articolo on line –

operativa_6Con la sua Nikon ha fissato i volti e le emozioni di un Natale al fronte. I sorrisi dei bambini e la commozione dei militari. Padri e madri in divisa che hanno mangiato il panettone nella base italiana di Herat, regalando sacchi a pelo ai piccoli afghani, lontani migliaia di chilometri dall’Italia e dai loro figli. «Ero partito con l’idea di fare un reportage in uno scenario di guerra – racconta Alberto Alpozzi, 32 anni, fotoreporter torinese – ma a casa ho portato molto di più. Laggiù – racconta appena tornato dall’Afghanistan – ho scoperto che cosa conta davvero nella vita e ho conosciuto la parte migliore dell’Italia. Uomini e donne che ogni giorno, 24 ore su 24, rischiano la vita per garantire la sicurezza e la ricostruzione di un Paese che è ancora in mano alle bande della criminalità organizzata». In Afghanistan, come giornalista embedded, ha potuto seguire l’esercito nelle attività quotidiane, dentro Camp Arena e nei villaggi vicini. «Il giorno della vigilia e a Natale – racconta – sono uscito con i militari impegnati nel servizio di pattugliamento. Un’attività tanto importante quanto delicata e pericolosa, che io ho potuto seguire in condizioni di massima sicurezza. natale (2)C’erano nove persone che, per farmi fare qualche fotografia, hanno rischiato la vita. Persone che ogni giorno devono stare attente a tutto, perché il pericolo può essere ovunque. In una moto che ti sorpassa, o sul balcone da cui si affaccia una donna». Con i militari, Alpozzi ha stretto un rapporto speciale. «Siamo diventati amici – spiega – e con qualcuno continuiamo a scriverci. Da loro ho imparato molto, e vedendo ciò che hanno già realizzato, dalle scuole, alle carceri, agli ospedali, ho potuto vedere che c’è un’Italia che funziona. Che progetta, organizza appalti e poi costruisce gestendo al meglio le risorse economiche tanto che il nostro modello è invidiato, e imitato, da tutti gli altri Paesi». L’esperienza, naturalmente, è stata molto importante anche dal punto di vista professionale. «In Afghanistan – spiega ancora il reporter – ho capito che fare il fotografo è il dover vivere quegli istanti che gli altri vogliono solo vedere. E i risultati che ho ottenuto con il mio reportage sono molto soddisfacenti. E’ solo un inizio però – conclude – e il prima possibile tornerò dai miei amici in guerra».

su Youtube l’intervista a QuartareteTv sul mio reportage in Afghanistan

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Leggi l’articolo ripreso anche da:

Rai World – ItaliAfghanistan, Tutte le voci sulla missione di pace

Nonfanotizia – il giornale che da spazio alle notizie ritenute da altri “poco interessanti”

AmarenaMagazine – La rivista che ha gusto

"In Afghanistan ho trovato la parte migliore dell'Italia" - Cronaca Qui - Torino, 7 Gennaio 2012, pag. 8
"In Afghanistan ho trovato la parte migliore dell'Italia" - Cronaca Qui - Torino, 7 Gennaio 2012, pag. 8

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Reportage – Black Cats: gli AMX ad Herat, Afghanistan

di Alberto Alpozzi Fotografo a Torino – Studio Fotografico a Torino

AFGHANISTAN NEWS – Gli AMX del Task Group ‘Black Cats’, schierati ad Herat (Afghanistan), sono impegnati in missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione aerea (ISR) a supporto della popolazione locale e delle operazioni militari a terra.

L’Aeronautica Militare, da Novembre 2009, assicura la costante presenza dei velivoli AM-X  che rispondono alle necessità di intelligence, sorveglianza e ricognizione aerea del contingente italiano e di ISAF (International Security Assistance Force), contribuendo alla sicurezza della popolazione e dei militari che operano sul territorio.

Le missioni hanno consentito di elaborare e di interpretare oltre 17.000 fotografie,  si è trattata di un’analisi accurata di circa 1.300 obbiettivi a supporto della sicurezza delle truppe a terra. Le riprese dall’alto hanno anche consentito di verificare lo stato di ricostruzione di ponti, strade e scuole, in zone anche esterne a quelle di competenza italiana.

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