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Cos’è un book fotografico?

FOTOGRAFI TORINO – BOOK FOTOGRAFICO – Foto e Video

di Alberto Alpozzi Fotografo a Torino – Studio Fotografico a Torino

Book fotografico a Torino – Prezzo/costo EURO 300,00 Iva inclusa – Con trucco professionale e fotoritocco. Continua a leggere per approfondire.

cos'è_un_book_fotografico1Il book fotografico è principalmente un album di foto che raccoglie una serie di immagini, rappresentative dei lavori già realizzati, della modella o del modello utile a mostrarne la figura professionale al fine di dare una prima idea su quelle che sono le sue capacità espressive e la fotogenia. Nel caso di esordienti, per chi si sta accingendo per la prima volta a presentarsi ad un casting o ad una agenzia di moda, il book fotografico sarà composto da fotografie scattate appositamente da un fotografo professionista che ritraranno il soggetto per dare il giusto risalto alle sue capacità di modificare il look e le capacità di interpretare diverse situazioni: dovrà essere composto da immagini scattate esclusivamente su un vero e proprio set fotografico, con diverse pose, diversi abiti e pettinature. Il book fotografico è lo strumento principale nella presentazione di un artista ad un casting: è il suo biglietto da visita attraverso il quale verrà valutato ed avrà la possibilità di iniziare a lavorare nel mondo dello spettacolo.

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cos'è_un_book_fotografico3Il book fotografico in sostanza serve a dare, a chi lo visionerà sia esso un responsabile casting, un’agenzia di moda e spettacolo o il cliente finale, una prima impressione della fotogenia e delle qualità fisiche ed espressive del soggetto.

Un book fotografico è composto solitamente da un minimo di dieci, massimo venti, fotografie di dimensioni di 20×30 cm (A4). Guarda qui alcuni foto album di modelle e ragazze. Per chi intraprenderà la carriera di modella o attrice all’inizio avrà solo le sole foto realizzate in studio fotografico da un fotografo professionista, col passare tempo e quindi con i primi lavori, le fotografie verranno progressivamente sostituite con delle nuove immagini, rappresentative dei lavori più importanti effettuati. Avere un foto book professionale nel quale saranno poi presenti immagini pubblicate su copertine o riviste aumenterà col tempo le vostre possibilità lavoro.

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Non c’è il prezzo giusto per un book: si deve sempre valutare il costo in funzione del prodotto offerto. A Torino il costo medio per un book fotografico è di 300 Euro iva inclusa comprensivo del make-up con una truccatrice professionista (leggi qui tutti i prezzi e le informazioni per fare il tuo primo book). Prima di tutto però la scelta dovrete farla iniziando dal fotografo: inanzittutto deve essere un fotografo professionista e una persona che vi metta a proprio agio e che vi sappia consigliare e guidare nel modo corretto per le pose e le espressioni (leggi qui alcuni commenti di modelle che hanno fatto il loro book con Alberto Alpozzi, fotografo professionista in Torino).

Per fare le foto sono necessari più cambi d’abito: casual, abito da sera, sportivo, intimo. Il nudo non è richiesto – MAI

alpozzi_fotografo_torinoVorresti fare un book fotografico? CONTATTAMI SUBITO! ALBERTO ALPOZZI FOTOGRAFO TORINO: fotografo professionista – p. iva 10743480013 – da più di 10 anni, da 2 anni insegno fotografia presso la Facoltà di Architettura di Torino, collaboro con diverse riviste e quotidiani, con un’agenzia di moda e spettacolo e due di fotogiornalismo.

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Book Fotografico Professionale per ragazze e ragazzi, modelle e modelli, attori e attrici, escort e cam girl, ragazze immagine e agenzie di moda.

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Corso di fotografia on-line

TORINO: CORSI DI FOTOGRAFIA IN CITTA’ | LEZIONI ON-LINE DI FOTOGRAFIA DIGITALE – Corso fotografico 2017

di Alberto Alpozzi Fotografo a Torino – Studio Fotografico a Torino Corsi di Fotografia

corso_on-line_gratisCorsi di Fotografia digitale 2017 a Torino

Oggi comprare o regalare una fotocamera digitale significa poter vedere il mondo con altri occhi, riprodurlo col massimo realismo o ricrearlo secondo la propria creatività con la massima semplicità.

Il corso fotografico on-line, studiato come un piccolo manuale di fotografia, è strutturato in diverse lezioni che forniscono le nozioni base sulla tecnica fotografica necessarie alla realizzazione delle prime fotografie corrette e ben bilanciate sia dal punto di vista tecnico sia da quello artistico. Si tratta di un mini-corso fotografico on-line che può fornire le prime base tecniche per entrare nel mondo della fotografia digitale reflex.

Cercami anche su Facebook nella pagina “Corso di Fotografia Torino”

Il corso di fotografia on-line è totalmente gratuito e permette a tutti di iniziare a realizzare immagini fotografiche piacevoli e comunicative: quali sono le principali operazioni per scattare una fotografia?

Le fotocamere, professionali e non, infatti sono ormai tra i regali più frequenti e graditi proprio perché, se da un lato non occorre essere professionisti per immortalare i ricordi più belli di un viaggio o scorci suggestivi, dall’altro sono proprio la nostra creatività e la visione del mondo – weltanschauung – a rendere ogni scatto unico ed irripetibile.

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TRA I TEMI TRATTATI: 1. Come si scatta una fotografia, 2. Scattare in automatico, 3. Scelta della qualità immagine, 4. Otturatore e tempo di posa, 6. Disegnare con la luce, 7. Il diaframma, 8. Lavorare a priorità di diaframma o di tempi, 9. La messa a fuoco e la profondità di campo, 10. Controllare la profondità di campo


Oltre al corso on-line puoi scegliere anche il corso di fotografia digitale base con lezioni individuali suddivise in 4 lezioni teoriche e 2 lezioni pratiche in esterna, presso il mio studio fotografico a Torino, in via San Secondo 96/c al piano terra, vicino all’Ospedale Mauriziano; il costo del corso di primo livello è di Euro 200,00 Iva inclusa.

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Oppure scegliere il corso intermedio di secondo livello per miglIorare la tua tecnica fotografica e apprendere le base del fotoritocco; inoltre per fotamatori evoluti c’è il corso tematico di comunicazione: Come comunicare emozioni e idee con un solo scatto?

alpozzi_fotografo_torino2I corsi di fotografia sono tenuti dal fotografo Alberto Alpozzi, reporter di guerra in Afghanistan e Kosovo, attualmente insegna fotografia presso il Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, e nel 2010 ha tenuto degli incontri di aggiornamento professionale per il personale dell’Ufficio Comunicazione della Regione Militare Nord dell’Esercito Italiano.

Tutti i corsi fotografici possono essere seguiti anche online, in video-conferenza, tramite webcam utilizzando Messenger oppure Skype per una maggior flessibilità di orari, senza dover uscire di casa, comodamente davanti al tuo pc.


Contattami o vieni a conoscermi nel mio studio fotografico in centro a Torino in via San Secondo 96/C (clicca qui per la mappa) al piano terra, vicino all’Ospedale Mauriziano, tra corso Turati e corso Re Umberto.

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Afghanistan, slightly in focus

AFGHANISTAN NEWS – dall’intervista di Fabio Lepore su FUTURA – Il giornale on-line del Master in giornalismo di Torino

alpozzi-afghanistanDalle cattedre del Poli alle strade polverose dell’Afghanistan. Con la macchina fotografica al collo. Ogni situazione è buona per ottenere lo scatto giusto: quello del reporter a caccia di immagini, nonostante siano lontani i tempi di Robert Capa, è ancora oggi un mestiere che non conosce confini. E richiede passione. La stessa che ha portato il torinese Alberto Alpozzi, classe 1979, a decidere di trascorrere l’ultimo Natale con i soldati italiani in missione a Herat, Ovest dell’Afghanistan.

Perché un’esperienza di questo tipo?
Quello che mi piace della fotografia è il fatto di poter ritrarre situazioni particolari, non comuni. Andare oltre, spingermi oltre a quello che chiunque può vedere. D’altronde, se ci pensi, oggi con le macchine digitali più o meno tutto è alla portata di tutti. Quindi il modo in cui un fotografo può differenziare la qualità e la professionalità del suo lavoro è arrivare in luoghi da documentare dove non tutti sono disposti o hanno la possibilità di andare. Documentare, anche, quello che gli altri vogliono soltanto vedere, ma non vivere. L’idea con cui sono partito per l’Afghanistan era questa. E poi, soprattutto, raccontare un periodo molto particolare, quello del Natale, e cercare di capire come viene vissuto a distanza da migliaia di italiani. Noi pensiamo che sono militari, ma prima di tutto sono ragazzi, uomini. E italiani. Persone che – scelta condivisibile o meno, ma non sta a me entrare nel merito di questo tipo di polemiche – hanno comunque scelto di stare distanti da casa, dalle famiglie, dalle mogli, dalle fidanzate e, molti, dai figli.

Eppure, quando sei partito, stavi lavorando a un altro progetto.
Sì, stavo insegnando, per il secondo anno, al Politecnico. L’anno scorso ho tenuto un corso di fotografia dell’architettura. Quest’anno invece il programma toccava tutto ciò che riguarda la comunicazione attraverso la fotografia. Ma quando sono tornato da Herat ho dedicato una lezione a spiegare come si lavora in un contesto come quello.

reportage_afghanistan_foto_alpozzi (6)Reporter di guerra o…
Di pace, direi, sicuramente. Quella italiana in Afghanistan è una missione di pace, d’altronde. E non mi piacciono i termini altisonanti. Non siamo superuomini. Non sono più gli anni dei fotoreporter alla Capa, che rischiavano davvero la pelle. In Afghanistan ti puoi trovare in situazioni spiacevoli, magari sotto il tiro dei mortai, ma non è paragonabile al lavoro dei fotografi di 40 o 50 anni fa.

Su cosa ti sei concentrato mentre eri lì?
Sull’aspetto umano e sulla “normale” quotidianità dei militari. L’aspetto umano è la prima cosa che conta, soprattutto perché noi italiani siamo davvero “brava gente”. Ed è una caratteristica che ci distingue e ci fa apprezzare all’estero soprattutto in situazioni come quella afghana. Dal mio punto di vista, è stata questa la notizia più importante, che sto cercando di far sapere agli italiani in patria.

marò_ciro.petronelli_italia-per-afghanistanUn ricordo particolare?
Ho stretto rapporti d’amicizia con molti ragazzi. Ma un bellissimo momento è legato a una foto che ho fatto a uno dei Marò all’interno del carcere di Herat. Si è commosso quando ha visto i bambini. Gli sono venuti gli occhi lucidi e mi ha chiesto di scattargli una foto. A Brindisi i suoi amici e colleghi l’hanno stampata e appesa nei negozi. È stata per me una grande soddisfazione. E infatti proprio nel week end sarò a Brindisi perché questo Marò, che si chiama Ciro Petronelli, ha organizzato con l’associazione culturale “Zonno Cacudi Show” un evento di beneficenza intitolato “Italia per l’Afghanistan” e raccoglieranno fondi per i bambini afghani orfani.

Stai già pensando alla prossima volta?
Certo. Un altro aspetto dell’Afghanistan che mi ha affascinato è il suo paesaggio. Viaggiando da una base all’altra con gli elicotteri ti accorgi che esiste un altro punto di vista, che l’Afghanistan non è solo guerra. Mi piacerebbe quindi molto documentare quello che è l’Afghanistan visto dall’alto: vorrei concentrarmi su questo, contestualizzandolo con l’attività dell’Esercito.

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Reportage: Shindand, Afghanistan

AFGHANISTAN NEWS Il Col. Alfonso Cipriano dell’Aeranautica Militare Italiana impegnato nella missione Isaf a Shindand in Afghanistan

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Leggi qui l’articolo “L’uomo che insegna agli afghani come volare”. La storia del colonnello dell’Aeronautica Militare Italiana che istruisce i futuri piloti dell’Afghan Air Force.

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L’Euro Fighter Typhoon nei cieli di Torino

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di Alberto Alpozzi Fotografo a Torino – Studio Fotografico a Torino

TORINO 16 Marzo – Ieri pomeriggio voli a bassa quota su Torino del caccia militare multiruolo EFA – Euro Fighter Typhoon – per nuovi test sul velivolo.

La notizia è subito rimbalzata su tutti i social network come Twitter e Facebook (articolo su Però Torino). Eurofighter su Torino

Oggi pomeriggio, se le condizioni meteo lo permetteranno, nuovi test dopo pranzo dall’aeroporto di Torino Caselle, sede dell’Alenia Aeronautica, per testare il nuovo sistema ILS “Instrumental Landing system” cioè il sistema di atterraggio assistito: in pratica fornisce al pilota il “sentiero” di atterraggio, utilissimo in condizioni di scarsa visibilità. (anche su Però Torino)

efa_4L’Eurofighter Typhoon, è un velivolo multiruolo (Swing Role) con ruolo primario di caccia da superiorità aerea e intercettore, caccia di quarta generazione e mezza, bimotore a getto con ala a delta ed alette canard. È stato progettato e costruito da un consorzio di nazioni europee, comprendente anche l’Italia. I primi velivoli di questo tipo sono entrati in servizio, nell’Aeronautica Militare, presso la base aerea di Grosseto, tra le file del 4º Stormo caccia.

AGGIORNAMENTO – ore 15.30: Attualmente è in volo sopra Cuneo, a breve il rientro all’aeroporto di Caselle.

Clicca qui per vedere la galleria del Reparto Sperimentale volo dell’Aeronautica Militare Italiana.

Vedi anche la gallery fotografica delle FRECCE TRICOLORI a Torino nel 2011 per la Festa dell’Aeronautica.

Qui anche su Famiglia Cristiana la gallery “Il cielo sopra Torino”

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L’ora della Terra – Heart Hour

Il mondo si spegne per un'ora: città, monumenti, singole abitazioni.
Il mondo si spegne per un'ora: città, monumenti, singole abitazioni.

AMIAMOLA – LOVE HER

di Alberto Alpozzi Fotografo a Torino – Studio Fotografico a Torino

Il 31 marzo 2012, dalle 20.30 alle 21.30 è l’Ora della Terra: spegnendo la luce si aderirà all’iniziativa del WWF all’insegna del risparmio energetico per il rispetto del nostro pianeta.

Iniziativa a livello globale alla quale aderirò anche io con una foto realizzata ad hoc nel pieno rispetto dell’ideale dell’evento: rigorosamente al buio.

Un’immagine creata all’esatto opposto di quello che è il concetto della fotografia: quindi senza la luce, se non un’unica candela tra le mani della modella Alessia Trombetta che le illumina il volto, in perfetta sintonia con l’iniziativa che punta a sensibilizzare le persone al risparmio energetico spegnendo le luci per un’ora intera.

Infatti ho realizzato questa foto senza l’ausilio di flash esterni e non intervenendo con la post-produzione computerizzata sull’immagine per limitare al minimo il dispendio di energia elettrica per la produzione dell’immagine.

Colore dominante per la grafica il colore della “terra”: marrone per un richiamo diretto con il nostro pianeta.

L’immagine, dal titolo Amiamola – Love Her è la chiara personificazione della Terra come essere vivente.

Il 31 Marzo torna L’Ora della Terra, il più grande evento globale del WWF

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Concorso Fotografico “Obiettivo Zero”

L’Associazione Corrente in Movimento bandisce il primo concorso fotografico denominato “Obiettivo Zero” ideato per promuovere lo sviluppo della mobilità a zero emissioni e dell’utilizzo di fonti rinnovabili attraverso la produzione di elaborati fotografici.

scarica qui il bando di concorso

scarica il modulo di partecipazione

scarica la liberatoria da inviare insieme alle foto

Scopo primario del concorso è quello di favorire la partecipazione attiva della popolazione a sostegno dell’ambiente e della mobilità sostenibile. A tutti i partecipanti verrà data la possibilità di concorrere con i propri scatti ad una votazione online. I 20 migliori scatti verranno successivamente esaminati da una giuria qualificata e concorreranno alla premiazione finale. In premio un weekend sostenibile per due persone in Italia.

Partecipa a CIMO 2012

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Foto Reportage – Alpozzi: fotografare il Natale a Herat

alpozzi-foto_afghanistanAFGHANISTAN NEWS – dall’articolo “Alpozzi: fotografare il Natale a Herat” da Il Sito di Torino.it di Alessandro Boffa

Il fotoreporter torinese visita la base di Camp Arena: “Al fronte ho trovato umanità, sentimenti e tanto sacrificio”

Il fotografo torinese Alberto Alpozzi racconta alla redazione de Il Sito di Torino l’esperienza vissuta al fronte. Alpozzi, infatti, ha preso parte per dieci giorni alle operazioni della base militare Camp Arena, a Herat, documentando con la sua macchina fotografica la vita del fronte durante le festività natalizie.

Quanto tempo sei stato in Afghanistan?

Sono stato 10 giorni, dal 19 al 29 dicembre.

Dove sei andato precisamente?

Sono stato ad Herat, presso la base italiana Camp Arena, nell’ovest nell’Afghanistan nella zona di nostra competenza: RC-West (Regional Command West).

Avevi mai fatto “servizi” di questo tipo?

In un teatro operativo è stata la mia prima volta.

Qual è stato il primo pensiero quando hai messo piede sul suolo afghano?

Non ho avuto pensieri particolari. Quando devo documentare situazioni a me sconosciute cerco sempre di partire senza preconcetti e con la mente più libera possibile per cercare di raccontare gli eventi nella maniera più obiettiva possibile.

Qual era il tuo compito all’interno della base italiana? (avevi il compito di riprendere e riportare un messaggio in particolare oppure eri ‘libero’ di fotografare ciò che preferivi)

Innanzitutto non sono stato solo nella base ma tutti i giorni prendevo parte a quelle che erano le varie attività operative del nostro contingente: dalle pattuglie ai trasferimenti, in più ho “visitato” diversi luoghi di intervento come il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto di Herat che è seguito dal PRT di Herat (Provincial Reconstruction Team) su base del 3° Reggimento Bersaglieri della Brigata Sassari con sede a Teulada oppure il carcere femminile anch’esso seguito dal PRT. Io non “avevo compiti”, sono un fotoreporter e come tale ho documentato la missione Isaf in Afghanistan: per alcune testate ho seguito da vicino le festività natalizie, per altre la scuola di polizia all’interno della quale opera un nucleo di Carabinieri e la Task Force “Grifo” della Guardia di Finanza che addestrano la polizia afgana e la polizia di frontiera. Avevo totale libertà di riprendere tutto ciò che mi serviva per documentare al meglio le attività dei nostri militari con la loro collaborazione quotidiana in tutte le situazioni che richiedevo secondo i miei scopi. Io sono un fotografo freelance e non condivido il fare giornalismo secondo il quale si vuole dare un certo tipo di notizia, preconfezionata, e come tale ci si indirizza alla ricerca, spesso viziata, di quegli elementi che avvalorino ciò che si desidera raccontare distorcendo così la realtà; sono partito per l’Afghanistan senza alcuna idea precisa se non quella di documentare ciò che avrei visto per poi poterlo raccontare attraverso le mie immagini.

Qual era il compito delle truppe italiane in Afghanistan?

I nostri militari sono impegnati in Afghanistan nella missione Isaf (International Security Assistance Force) cioè un missione di sicurezza, di ricostruzione e di sviluppo. In tutto questo non dimentichiamo tutti i militari che si occupano di tutte quelle attività necessarie a mandare avanti e a gestire una base con 4 mila persone: dai pasti, alla logistica, alle attività di ufficio, all’infermeria. La base è come una città dove tutto deve funzionare perfettamente e tutto deve essere presente, ognuno ha il suo ruolo e tutti sono ugualment importanti e fondamentali.

I tuoi occhi e quelli della tua macchina fotografica hanno visto una realtà diversa da quella che gli era stata raccontata prima di partire?

Come spesso accade le notizie non corrispondono alla realtà, o meglio: le brutte notizie fanno vendere mentre i sacrifici quotidiani interessano poco agli editori specie se devono accontentare un certo tipo di lettori (ed elettori) che cercano solo conferme alle loro idee e non la conoscenza dei fatti. La realtà quotidiana che ho vissuto in Afghanistan è quella di connazionali che si impegnano con grande dedizione e professionalità in quello che fanno, credendoci e svolgendolo più che al meglio, sempre al massimo. Persone che lavorano anche 24 ore su 24 ore, non per mantenere il loro posto,  e 7 giorni su 7 senza lamentarsi.

Dire e fare: quante differenze tra ciò che in Italia si dice sulla missione in Afghanistan e ciò che, con i tuoi occhi e la tua esperienza, hai visto fare dai nostri soldati?

Dire e fare… Quanto si dice sui giornali della missione? Diversi giornali sia prima, sia durante, sia dopo la mia permanenza ad Herat mi hanno detto che “l’argomento” non interessa e questo l’ho trovato molto triste. Gli stessi giornali che danno spazio a signori nessuno ammalati di divismo che sponsorizzano un modus vivendi basato sull’arrivismo e la fama temporanea che può darti la televisione con tanto di bei soldoni per “premiare” la mediocrità di personaggi che non solo non hanno nessuna capacità ma non sanno nemmeno esprimersi. I giornali in Italia dicono talmente poco, complice la superficialità di comodo di molte persone, che alcuni prima della mia partenza mi hanno domandato se ci andavo in vacanza. In Afghanistan ho trovato degli italiani che con dignità e umiltà svolgono un lavoro difficile con notevoli sacrifici senza clamore. In Italia si dice molto e si fa poco, in Afghanistan gli italiani che vi lavorano fanno molto e dicono poco.

Ho visto lo scatto con i bambini che si nascondono dietro le mura della base: com’è il rapporto tra i soldati italiani e i piccoli afghani?

Il rapporto tra i nostri militari con tutta la popolazione, non solo con i bambini, si basa prima di tutto sul rispetto. Grazie al modo di porsi verso la popolazione, mai dall’alto verso il basso, fa si che il nostro contingente sia molto apprezzato e stimato: quotidianamente vi sono insurgents, gli insorgenti, che si consegnano spontaneamente, deponendo le armi chiedendo di entrare a far parte del programma di reintegrazione; questo è un grande traguardo ed è la dimostrazione lampante di come la nostra missione sia di pace e non di guerra (come molti preferiscono farci credere) perché si ottengono degli ottimi risultati da parte del nostro esercito senza l’utilizzo delle armi ma solamente parlando e confrontandosi con la popolazione, a stretto contatto con la gente, per la strada e nei villaggi, e soprattutto portando aiuti tangibili alla popolazione, come la costruzione dei pozzi nei villaggi, le scuole e mettendo in sicurezza le strade.

E in generale con la popolazione?

Come ho detto prima anche e soprattutto con la popolazione vi è un ottimo rapporto tant’è che molti lavori all”interno della base italiana sono svolti dai local worker, i lavoratori locali, segno tangibile di quanto si stia creando una nuova economia per un paese in difficoltà, così come tutti i progetti che vengono realizzati dal PRT: ben 47 realizzati nel 2011 e 44 in programma per il 2012. I cantieri vengono appaltati a imprese locali con dipendenti afghani creando così posti di lavoro e favorendo la creazione di personale specializzato, con la nostra supervisione per evitare infiltrazioni da parte della criminalità organizzata, si incentiva lo sviluppo secondo le necessità primarie che vengono discusse e concordate direttamente con i governatori locali.

I militari italiani, dopo la tua esperienza, sono ancora i “mercenari” dipinti da certa parte dell’opinione pubblica o puoi, con la voce dell’esperienza sul campo, smentire questa definizione?

Questa è la classica affermazione tendenziosa e populista di persone che evidentemente svolgono il loro lavoro gratis, di persone che evidentemente non devono pagare le bollette e il mutuo e che ritengono che il lavoro altrui non abbia valore. Sono le stesse persone che plaudono noti comici e showmen pagati milioni di euro e che vanno in solluchero di fronte alla spazzatura televisiva della quale vorrebbero fare parte per guadagnare denaro mettendo in mostra le loro incapacità. Tutti se non erro per vivere cerchiamo di svolgere un mestiere per mantenerci e dare da mangiare ai nostri figli quindi siamo tutti mercenari, dunque mi chiedo quale voglia essere il becero sottinteso nell’affermazione che i militari in missione siano dei mercenari e che lo fanno solo per denaro: dovrebbero forse lavorare gratis? Chi lavora gratis? Ma poi pensiamo ad un qualunque dipendente che viene mandato in trasferta all’estero per la sua azienda: non viene pagato di più? Lo sappiamo che lo stesso dipendente se viene mandato in trasferta in paesi come l’India viene pagato maggiormente del collega che va in trasferta negli Stati Uniti? Dunque i nostri ragazzi in missione all’estero non dovrebbero essere retribuiti di più (senza contare i rischi)? L’opinione così detta pubblica non è l’opinione della gente, ma l’idea che alcuni fanno passare, gli stessi che prendono lauti stipendi e non si preoccupano nemmeno di mantenere calda la poltrona alla quale sono attaccati; medesime affermazioni le ho sentite fare da alcuni dipendenti pubblici (come di fatto lo sono anche i militari) durante una  pausa caffè che è durata 40 minuti, mentre agli sportelli vi erano code interminabili; quindi se erroneamente volessimo anche accettare l’affermazione che i militari sono pagati tanto per andare in missione non è forse più giustificato pagare qualcuno che il suo lavoro lo svolge per davvero piuttosto che mantenere persone che rubano quotidianamente lo stipendio che noi cittadini paghiamo con le nostre tasse?

Qual è stato lo scatto più ‘profondo’ che hai fatto? Cosa rappresentava?

Lo scatto più profondo che ho realizzato credo sia quello che ho fatto ad uno dei ragazzi del Battaglione San Marco della mia scorta all’interno del carcere femminile di Herat che si è commosso davanti ad un bimbo, figlio di una delle detenute. Credo sia molto significativo dell’umanità dei nostri ragazzi e dei sentimenti che portano costantemente con sé.

Ci racconti il Natale passato al fronte?

Dunque il Natale vero e proprio cioè il 25 dicembre l’ho passato insieme ad una pattuglia dei Fucilieri dell’Aria in alcuni villaggi nella zona di Herat. Una pattuglia quotidiana che viene svolta per sicurezza; un lavoro delicatissimo che non si interrompe mai nemmeno nel giorno di Natale, così come tutte le altre attività all’interno e all’estero della base. La vigilia invece, il 24, ho preso parte ad un’altra pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste. Il lavoro è svolto regolarmente anche in tutti quei giorni di festa che in patria invece si fa vacanza (alcune notti io ero ancora impegnato nell’invio di immagini ai giornali e andando negli uffici trovavo sempre qualcuno impegnato). La notte del 24 invece ho preso parte alla Messa celebrata all’interno di un hangar con centinaia di persone. Nei giorni precedenti invece ho documentato la preparazione dei doni, da parte del nostro esercito, per i local worker e i loro figli, poi distribuiti durante una piccola festa organizzata per i bimbi con tanto di spettacolo di magia organizzato da un colonnello dei bersaglieri.

Qual è stato l’ultimo pensiero che hai avuto quanto hai messo il piede sull’aereo che ti riportava a casa?

Il mio ultimo pensiero è stato che 10 giorni non sono sufficienti per documentare l’impegno dei nostri ragazzi e che i miei pochi giorni di impegno in una situazione difficile siano nulla in confronto ai 6 mesi dei nostri militari. Dopo solo 10 giorni si iniziano a sentire la mancanza di molte cose che diamo per scontate, alle quali siano abituati e alle quali non diamo peso. Si imparano ad apprezzare le piccole cose e soprattutto l’importanza di una semplice stretta di mano, di uno sguardo di approvazione e complicità.

Ci torneresti?

Certamente Ho trovato più umanità, gratificazione e rispetto da parte dei ragazzi con i quali ho lavorato in Afghanistan per soli 10 giorni che quella che vi è in Italia con persone e amici che conosco da anni. Ho riscoperto cosa significa amare il proprio lavoro, svolgerlo al meglio e rispettare quello altrui; mi ero scordato cosa fossero l’umanità, la dignità e il rispetto delle persone e soprattutto il valore di un sacrificio e il credere profondamente in quello che si fa che va ben oltre il mero guadagno e il successo personale, spesso a discapito di altri, ho riscoperto il valore del lavoro di squadra e dell’amicizia.

A chi vorresti consigliare la tua esperienza?

La consiglierei a tutte quelle persone che sentenziano e che criticano stando seduti comodamente a casa loro con tutte le loro comodità, la loro bella vita fatta di code nei centri commerciali, di aperitivi e di scioperi che inneggiano a presunti diritti scordandosi i loro doveri, a tutti coloro ai quali non saranno piaciute alcune mie affermazioni e a quelli che si sono impossessati di una ingiustificata superiorità ideologica basata solo su preconcetti costruiti a tavolino e non sui fatti: per parlare di quella che alcuni definiscono guerra dovrebbero prima viverla! Ho personalmente trovato più umanità e sentimenti in una situazione di crisi di quella che vi è tutti i giorni qui a casa… La consiglio a quelli che non credono alle persone che non gli dicono quello che vogliono sentirsi raccontare: vadano a verificare di persona! Io ho rinunciato al mio Natale per farlo.

Grazie ad Alberto Alpozzi (in alto a destra nella foto con la sua macchina fotografica)

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Reportage – Natale a Herat, tra i marò

afghansitan_alpozzi_san-marcoAFGHANISTAN NEWS – dall’articolo “Natale a Herat, tra i marò” su BrindisiReport.it di Maristella De Michele

HERAT“Fare del bene non ha colore politico né bandiera”: esordisce così Alberto Alpozzi, il fotoreporter torinese che nel mese di dicembre 2011 è stato in Afghanistan, nella zona di Herat, affidata al comando della Brigata Sassari dell’Esercito , dove ha avuto modo “di conoscere e condividere delle esperienze con i ragazzi del Reggimento San Marco”, della Marina Militare,di stanza a Brindisi, che sono lì in missione di pace. Alcuni di loro termineranno tra qualche settimana l’impegno operativo con l’Isaf  e faranno rientro a casa nei primi giorni di febbraio 2012.

Occhi spalancati, paura ma anche tanti sorrisi. Queste le emozioni percepite e vissute in pieno da chi su quella terra afghana ci ha messo piede, come Alberto Alpozzi, un fotoreporter di Torino che dal 19 al 29 dicembre scorso è stato nella città di Herat. “E’ stata la mia prima missione – racconta  Alpozzi – e soprattutto averla concentrata in un periodo così particolare dell’anno l’ha resa ancor più emozionante. Ci ritornerò, o almeno lo spero, perché solo così, grazie anche all’affetto dei militari che oramai sono amici, la missione diventa davvero un momento di vita indimenticabile, dove si riesce a toccar con mano l’essenzialità della vita stessa”.

Tanta la violenza che domina lo scenario di questa fase di una guerra ormai trentennale, ma ci sono anche tanto coraggio e umanità da  parte di chi è là per mantenere quanto più possibile una situazione di pace. “Il mio lavoro – racconta il fotoreporter – a differenza di quello quotidiano fatto dai militari, è raccontare attraverso la fotografia, attraverso un obiettivo, ciò che realmente si vive in Afghanistan, in una città distrutta dalla guerra dove donne, uomini e bambini che si danno sostegno a vicenda, quotidianamente, per sopravvivere al meglio e magari anche con un sorriso”.

La foto allegata, è stata scattata proprio da Alberto Alpozzi, durante una visita presso il carcere femminile di Herat e ritrae un marò del San Marco, Ciro Patronelli,  brindisino, in missione di pace dal settembre scorso – e un bambino di circa due anni, figlio di una detenuta afghana. Basta guardare gli occhi di entrambi i soggetti della foto, per percepire le emozioni di entrambi i soggetti.

“La vera beneficienza, il vero aiuto, il più concreto – racconta ancora Alberto Alpozzi – è il lavoro che fanno i militari in missione in Afghanistan. Le armi non sono oggetti per far paura alla popolazione (già assai spaventata per la guerra) ma sono solo un monito per i gli autori di azioni criminali, affinché credano che ci sia qualcuno che ha paura di loro, e poi servono anche per difendersi ovviamente, perché tanto le insidie come le bombe, te le ritrovi ovunque”.

Purtroppo il pericolo, il terrore sono in ogni angolo di Herat, come in tutto il territorio afghano. Ci sono anche bande di criminali comuni che vivono per i traffici di droga e armi, la cui vendita concede loro la sicurezza e il potere di dire “qui è territorio mio e qui comando io”. I militari italiani, fortunatamente, dalla gente normale vengono visti come gli eroi della situazione, come gli eroi che effettivamente sono pronti ogni giorno a difenderli ed aiutarli a risanare una terra, ormai, distrutta. Il carcere femminile, ad esempio, come anche tante altre strutture nuove ad Herat –l’ospedale e le scuole – sono frutto dei fondi stanziati dalla Difesa e dalla Cooperazione, ma la costruzione è stata fatta dalle imprese locali, proprio per dare la possibilità di risollevare una piccola parte dell’economia del Paese.

“Una delle cose fondamentali dei nostri militari è il loro comportamento – racconta ancora il fotoreporter –, il saper rispettare la cultura di un Paese che li ospita è un elemento chiave della gente per non credere che loro sono lì per interessi. Purtroppo a volte, o forse spesso, ciò che fa notizia è la morte, quando invece dovrebbe essere questo messaggio concreto di chi è lì a portare i sorrisi a diventare la notizia principale”.

Basta, a fine giornata, una pacca sulla spalla per andare a dormire serenamente, la soddisfazione di poter dire che anche oggi non c’è stato nessun morto ma che invece si è stati capaci di mantenere un clima di sicurezza e fiducia. Certamente è questa la parte migliore dell’Italia rappresentata in questi scenari tragici dai suoi militari in missione di peace-keeping.

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Reportage – Un fotoreporter torinese in Afghanistan

afghansitan_herat_alpozziAFGHANISTAN NEWS

dall’articolo “Un fotoreporter torinese in Afghanistan” di Graziella Porro

Natale per noi ormai è andato,dopo la befana anche gli ultimi addobbi sono stati rimossi e le festività sono ormai un ricordo lontano,sembra passata un’eternità da un Natale definito il più triste degli ultimi anni per via della crisi. Pochi acquisti,pochi regali,poche cene fra amici e soprattutto pochi cenoni di Capodanno,i comuni hanno risparmiato anche sui botti con la scusa della sicurezza,e i morti e i feriti ci son stati lo stesso e tutti si sono lamentati. Eppure c’è chi avrebbe fatto carte false per poter passare le feste vicino alla famiglia seppur in modo  così minimale. Sono i militari italiani in Afghanistan che il fotoreporter Alberto Alpozzi giovane torinese e avventuroso professionista ha incontrato durante il suo viaggio di Natale in zone dove normalmente non si va per svernare.

<Uno dei ricordi più dolci e tristi allo stesso tempo che mi rimane – dice Alpozzi – è quello di un giovane tenente che stava addobbando un albero insieme ad una soldatessa,a cui ho chiesto di fare uno scatto natalizio. Non ha voluto il giovane militare e con uno sguardo tristissimo mi ha detto “sa non vorrei che mia moglie vedesse per caso questa foto e si rattristasse perchè non sono a casa a fare l’albero con lei>.

Storie che sembrano tratte da un film romantico e strappalacrime e che di lacrime sicuramente ne portano tante con se, figli,fratelli,mariti,padri che non hanno potuto passare neppure un minuto con la famiglia perchè sono così lontani per una missione di pace che, si hanno scelto loro,pagati profumatamente come dicono gli italiani più drastici,ma che potrebbe anche non dar loro la possibilità di tornare,pensano i piu’ teneri fra coloro che continuano a giudicare questa missione davanti alla tv e senza conoscenza.

<Sono pagati molto? – risponde Alpozzi con un tono piuttosto infastidito – perchè invece di giudicare col solito cervello imbottito dai media non proviamo per un attimo soltanto a ragionare su quanto potrebbe guadagnare una persona inviata all’estero da una grande azienda,a quanto mi risulta prenderebbe due stipendi,uno in patria e uno in loco,lavorerebbe otto ore massimo 10 al giorno e avrebbe a disposizione un appartamento o una comoda stanza d’hotel  e farebbe sicuramente una vita decorosa e magari anche divertente,quale cifra puo’ pagare 15/20 ore consecutive di lavoro lontano da casa,in situazioni pericolose e disagiate col rischio di non vedere mai piu’ la propria famiglia?>.

Il giovane reporter sembra infastidito da queste illazioni che spesso si sentono sulla nostra missione di pace e racconta di aver trovato là una parte d’Italia che qui non esiste più,forti legami d’amicizia,grande senso di squadra e massima solidarietà,serietà e impegno e nel cuore solo la famiglia.

<Molti sono giovanissimi e qualcuno ha già figli di pochi mesi che non sta vedendo crescere se non su Facebook.>.

Quale è la sensazione più forte che ha avvertito arrivato sul posto?

L’amicizia fra loro,un legame molto forte,un sentimento che non vedevo sotto quella luce da tempo.Anche verso di me,quei ragazzi dopo poco tempo che stavo con loro mi sembrava di averli sempre conosciuti,molto di più di certi amici che conosco da anni.Anche ora che sono tornato il legame con loro non si è affievolito come succede quando passi tempo con gente che ti piace e poi ti riprometti di rincontrare ma non mantieni  e ti nascondi dietro scuse di mancanza di tempo o altro.Noi ci sentiamo su facebook o su altri social network e chiacchieriamo di tutto e di niente,è davvero straordinario.>

E la sensazione più negativa?

Sapere che dentro di loro soffrono soprattutto per la lontananza da casa,ho la sensazione che loro sappiano quanto valgono i rapporti umani molto più di molti di noi che avendoli a portata di mano li diamo per scontati.>

Pensa che abbiano paura? l’ha avvertita?

>Sono Soldati addestrati ma sono anche esseri umani.>

Che cos’è che l’ha stupita di più?

la differenza fra i rapporti gerarchici che c’è rispetto all’ambiente di una normale caserma.Un colonnello mi ha risposto..”Vede noi siamo quì per lavorare,tutti,e le stellette contano fino ad un certo punto.Se devo dare una mano a scaricare un camion il mio grado non conta,lo faccio anche io come gli altri.>

<Io non ho fatto il militare – continua Alpozzi – ma penso che sia davvvero una cosa molto importante questa.>

Si sentono eroi?

<No non ci sono eroi,ma solo ragazzi,uomini normali che hanno fatto una scelta perchè ci credono e la portano avanti con professionalità e senso del dovere.>

Ha mai avuto paura durante il suo viaggio?

<No,mai e credo che questa sensazione di tranquillità,nonostante il luogo dove mi trovavo, la devo a loro.>

Come hanno preso a casa sua l’idea di partire?

<Sorvolo sulle preoccupazioni di mia madre ma è una mamma quindi tutto regolare,la mia compagna non ha mai detto apertamente come la pensava ma era felice per me sapendo quanto fosse importante per me ciò che andavo a fare.>

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Intervista – In Afghanistan ho trovato la parte migliore dell’Italia

AFGHANISTAN NEWS – Il fotografo torinese Alberto Alpozzi ha trascorso il Natale a Herat

dall’articolo su “Cronaca Qui – Torino” del 7 Gennaio 2012, pag. 8 – leggi articolo on line –

operativa_6Con la sua Nikon ha fissato i volti e le emozioni di un Natale al fronte. I sorrisi dei bambini e la commozione dei militari. Padri e madri in divisa che hanno mangiato il panettone nella base italiana di Herat, regalando sacchi a pelo ai piccoli afghani, lontani migliaia di chilometri dall’Italia e dai loro figli. «Ero partito con l’idea di fare un reportage in uno scenario di guerra – racconta Alberto Alpozzi, 32 anni, fotoreporter torinese – ma a casa ho portato molto di più. Laggiù – racconta appena tornato dall’Afghanistan – ho scoperto che cosa conta davvero nella vita e ho conosciuto la parte migliore dell’Italia. Uomini e donne che ogni giorno, 24 ore su 24, rischiano la vita per garantire la sicurezza e la ricostruzione di un Paese che è ancora in mano alle bande della criminalità organizzata». In Afghanistan, come giornalista embedded, ha potuto seguire l’esercito nelle attività quotidiane, dentro Camp Arena e nei villaggi vicini. «Il giorno della vigilia e a Natale – racconta – sono uscito con i militari impegnati nel servizio di pattugliamento. Un’attività tanto importante quanto delicata e pericolosa, che io ho potuto seguire in condizioni di massima sicurezza. natale (2)C’erano nove persone che, per farmi fare qualche fotografia, hanno rischiato la vita. Persone che ogni giorno devono stare attente a tutto, perché il pericolo può essere ovunque. In una moto che ti sorpassa, o sul balcone da cui si affaccia una donna». Con i militari, Alpozzi ha stretto un rapporto speciale. «Siamo diventati amici – spiega – e con qualcuno continuiamo a scriverci. Da loro ho imparato molto, e vedendo ciò che hanno già realizzato, dalle scuole, alle carceri, agli ospedali, ho potuto vedere che c’è un’Italia che funziona. Che progetta, organizza appalti e poi costruisce gestendo al meglio le risorse economiche tanto che il nostro modello è invidiato, e imitato, da tutti gli altri Paesi». L’esperienza, naturalmente, è stata molto importante anche dal punto di vista professionale. «In Afghanistan – spiega ancora il reporter – ho capito che fare il fotografo è il dover vivere quegli istanti che gli altri vogliono solo vedere. E i risultati che ho ottenuto con il mio reportage sono molto soddisfacenti. E’ solo un inizio però – conclude – e il prima possibile tornerò dai miei amici in guerra».

su Youtube l’intervista a QuartareteTv sul mio reportage in Afghanistan

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Leggi l’articolo ripreso anche da:

Rai World – ItaliAfghanistan, Tutte le voci sulla missione di pace

Nonfanotizia – il giornale che da spazio alle notizie ritenute da altri “poco interessanti”

AmarenaMagazine – La rivista che ha gusto

"In Afghanistan ho trovato la parte migliore dell'Italia" - Cronaca Qui - Torino, 7 Gennaio 2012, pag. 8
"In Afghanistan ho trovato la parte migliore dell'Italia" - Cronaca Qui - Torino, 7 Gennaio 2012, pag. 8

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